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Quotidiario #31

Avrei voluto concludere il mese e questo diario giornaliero facendo una cernita, che bella parola che è cernita, delle cose che mi erano sfuggite in trenta giorni. Del tipo che mai ho scritto che ho letto soltanto quattro libri questo mese, un po’ pochino rispetto a luglio, o che la mia paga é di sei euro e mezzo all’ora o ancora che mia sorella ha iniziato a fare video su YouTube. Mi sarebbe piaciuto anche riuscire ad inserire foto o, che ne so, disegni fatti, raccontare di quanto è bello non solo attendere l’autunno ma anche assorbire più estate possibile. Non la schifo mica io, l’estate, nonostante l’afa insopportabile che ho trasudato da ogni mio post precedente, mi pare. Invece ora mi sembra inutile, che tanto quello che doveva succedere in un mese di certo non è appallottolabile in un giorno. Soprattutto se poi capita che in un giorno solo, le cose cambino come nemmeno un mese potrebbe fare.
Ecco, é successa questa cosa e non sono nemmeno in grado di spiegarlo.

Domani non accadrà nulla invece (se non che la nonna, la stessa che vent’anni fa mi portava in giro con guinzaglio e pettorina per il rione della città, compie niente popò di meno che 75 anni).
Riprenderò a pubblicare, forse quotidianamente, il due, dopodomani.
Buonanotte chiunque legga o abbia letto il Quotidiario di sta cippa.
Davvero, andate a letto che é lunedì sera.

Quotidiario #30

Che paura questa mattina, alle tre del pomeriggio, quando sono uscita a fare la spesa. Mi ero svegliata da poco, un’altra notte insonne, ma ormai va bene così che si sono abituati tutti, pure io. Il paese era deserto, nemmeno il panificio era aperto. E c’era questo autobus blu, all’incrocio dove si fermano gli autobus, dal quale scendevano i turisti con le camice colorate e i cappellini gialli, i zainetti. Ho fatto il giro del quartiere e sono tornata indietro ed erano una quarantina, tutti colorati, qualcuno con la cartina in mano. Si guardavano attorno stupiti, loro sotto il caldo, l’afa di fine agosto a farli sudare. Il supermercato era chiuso, il panificio pure, i negozi di costumi, la gioielleria, la pizzeria, tutti chiusi. Man mano che mi avvicinavo, dovevo girare lì all’incrocio, ho visto le loro espressioni più che smarrite, tristi. Uno di loro, un signore sulla sessantina, ha chiesto alla guida perché non ci fosse nessuno in giro e la guida, in un’inglese molto italiano ha risposto Because is Sunday and Sunday is the freedom day. Il giorno della libertà? Al di là della grammatica, a pensarci a come tutti ambiscano al lavoro per poi sognare le ferie sembra quasi che lavorare sia un controsenso subordinato. Uh che parole mi vengono in mente, mi sono detta. Lavorare per essere liberi di non lavorare, non lavorare e cercare un lavoro disperatamente e cose così, che si mordono la coda a vicenda e non solo la propria.
Poi vabbè, c’era poco da fare, ho steso i panni e rimesso in ordine alcuni file per il montaggio che dovrò iniziare a fare domani. In casa abbiamo due coinquilini in più da giovedì. Non li vedo mai, se non nel momento in cui voglio andare a fare una doccia ed il bagno é sempre occupato. La lavatrice l’ho rimandata per giorni fino a che stanotte alle quattro ho portato il cesto e messo a lavare il tutto in grande velocità nonostante tutti dormissero e non ci fosse nessuno ad attendere il proprio turno per la pipì. Che bella sensazione essere in bagno e sapere di avere non solo tempo per il bagno stesso, ma anche per guardare l’oblò della lavatrice con le bolle e i vestiti che girano dentro.

Domani è l’ultimo giorno di Quotidiario, ho pensato che, dopodomani, dovrò forse abituarmi a non avere più una sveglia interna biologica, che tra le sette di sera e mezzanotte continua a suonare in sordina come a ricordarmi che anche oggi di cose ne sono accadute, é ora di annotarle.
A partire da Settembre facciamo che apro una rubrichina piccina, un po’ come faccio su Instagram da Gennaio pubblicando una foto al giorno. Solo che qui potrei metterci un illustrazione al giorno o un libro al giorno. O ancora un outfit al giorno, ma questa cosa di vestirsi e far vedere per forza il ragionamento che c’è stato dietro, mah, non mi entusiasma. Sarà che in armadio ho si e no cinque magliette e un paio di pantaloncini e vestiti da mare che uso anche per andare a lavoro. Quindi no, non funzionerebbe.
Forse va a finire, o iniziare, che non faccio nemmeno nulla, o forse si. Ci penso, va bene?

Quotidiario #29

C’è un posto, e dico c’è perché c’è sicuramente tutt’ora, insomma dove a passarci ogni volta mi veniva da accostare la macchina, scendere e scavalcare la rete a bordo strada. Era un campo che si estendeva tanto in lunghezza quanto in profondità, l’unico diverso tra i campi di granoturco e pomodori. Mi venivano i brividi, quelli belli, ad immaginarmi mentre scavalco o faccio un buco in quella rete, per poi ritrovarmi dall’altra parte, tra i filari di pesche. Questo posto esiste tra Ronkonkoma e New York, sulla Long Island. Avevo visto gli alberi spogli a febbraio riempirsi di fiori a fine aprile per poi esplodere nel verde per tutta l’estate. Tra le foglie intravedevo le pesche, magari aprivo il finestrino, rallentavo un po’ se non avevo dietro nessuna macchina. In quel periodo facevo questa cosa che non potevo fare, che era andare da dove abitavo fino a Ronkonkoma, lasciare lì la macchina e in meno di un’ora raggiungere la Penn Station di New York in treno. Non avrei potuto farlo perché mi era stato detto che la macchina che guidavo aveva dei problemi con le lunghe distanze (infatti poi qualche settimana dopo persi una ruota al semaforo), ma mi piaceva troppo far benzina, guidare tra quattro corsie, seguire con lo sguardo pannocchie, pomodori E poi loro, le pesche. Arrivavo a Ronkonkoma, parcheggiavo e salivo sul treno come una comune abitante lavoratrice di quel posto che era l’America.
Comunque tutto ciò per dire che, poi, tra quei peschi ci sono finita a fine estate. C’era un cartello che si intravedeva tra i rami, l’ho notato più o meno a fine primavera. Come and get your peaches from the tree, c’era scritto. Così un fine settimana che ero libera portai un amico in quella che si rivelò essere una farm, una fattoria. Raccogliemmo pesche bianche, gialle e rosa, riempimmo tre buste fino a farle quasi scoppiare e pagammo la modica cifra di 10 dollari per l’espatrio con il bottino. Pezzo unico. Ce le portammo in spiaggia e mangiammo pane, pesche e formaggio guardando i surfisti di Blue Point. Avevo svelato quello che c’era al di là della rete ma nel corso dei giorni non ero riuscita a finire tutta la frutta portata a casa dalla raccolta di quel pomeriggio. Non erano più buone, si vedeva, ma a guardarle nel cestino tra un cartone del latte e i limoni spremuti mi metteva una sensazione di finito addosso, come se la situazione mi stesse sfuggendo di mano del tutto e non si potesse tornare indietro, una cosa stupida e per questo inspiegabile. Le raccolsi una a una, di nuovo nel sacchetto, e corsi in spiaggia. Al buio le lasciai sulla riva, l’alta marea di notte le avrebbe portate via.
Smisi di usare la macchina se non per andare a lavoro e al college o a bere un caffè a Westhampton. Qualcosa si era spezzato, ma non faceva male. Soltanto non esisteva più l’idea che ci fosse chissà cosa dietro quelle file di alberi da frutta. C’erano solo altri alberi da frutta, dietro gli alberi da frutta.
Due anni dopo, a cinquemila chilometri dallo stato di New York, guardavo con il cuore in gola attraverso le maglie di una rete una distesa di viti, coprivano il terreno fino al mare e non se ne vedeva il confine. Una proprietà enorme, due casette in pietra, un mini anfiteatro nascosto dagli alberi. Guardai bene, non vedevo peschi nei dintorni, ma l’uva era matura.

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Quotidiario #27

Succede che sta per finire agosto e se c’è una cosa della quale posso veramente ritenermi soddisfatta, fino ad oggi che è il ventisette, é che non c’è un giorno di questo corrente mese che mi sia sfuggito qualcosa. Qualcosa che non riesca a farmi tornare a mente. Ricordo quasi tutto, o perlomeno una gran parte delle cose che sono accadute negli scorsi ventisei giorni. Per esempio un giorno sono stata al mare non lontano da dove abito e tirava tanto di quel vento che si stava meglio in acqua che fuori. Poi dal giorno dopo era come se fosse arrivato l’autunno, come se il vento avesse portato via lo scirocco stesso, ecco, questa cosa qui è accaduta l’undici di agosto.
Poi il ventitré, invece, alle tre di mattina, seduti sul marciapiede ancora umido di pioggia, a gambe incrociate mangiavamo un cornetto con -No. -No è un mio amico notturno come me, mi verrebbe da dire, o forse sono io che mi sono adattata bene al buio con lui che non ha sonno. Con -No, trattino enne o, a volte passeggiamo per le vie con le case basse o la costa fino a che l’orologio del campanile batte le tre o le quattro. Due volte è successo addirittura di arrivare alle cinque, fortuna che inizio a lavorare nel pomeriggio, io.
Si va al mare se non c’è vento, oppure si sale verso la parte alta del paese a cercare alberi da frutta o cespugli con more selvatiche, si parla poco, spesso solo di cose accadute o che vorremmo accadessero. Di libri, film, viaggi e quasi mai di persone attorno a noi. Niente ragionamenti filo-filosofici, cinismi, giri di parole che di solito vengono a galla dopo una giornata passata tra la gente, quando si vuole dire tutto come lo si pensa e avere pure ragione. Niente sfide su chi ne sa di più, con -No. Io gli dico È perché non sei capace di lamentarti, tu. E -No ride, allarga le braccia o alza le spalle. Che bello.

Poi certe notti capita che porto giù qualcosa da mangiare, da casa, allora ci si siede e si mangia uva, pesche e frutta che si sbuccia, albicocche, quando c’erano.
Non ricordo una sera, con -No, senza frutta.

Ne ricordo molte invece in cui guardiamo tornare i reduci delle serate nei locali e discoteche. E noi sulla panchina ad accumulare noccioli, bucce e ore di sonno perso, da smaltire dormendo due ore in più la mattina. Non si discute, con lui, che ad Agosto sia più bella ed efficace la notte rispetto le mattine afose e affollate di turisti. Poi mi sono abituata a leggere, disegnare o tradurre mentre fuori è buio e a casa tutti dormono, il fatto che non ci sia nessuno sveglio attorno mi da una sensazione di tempo guadagnato che a spiegarla parole, perdo solo tempo, qui.

Quotidiario #24_25

Ho fatto un altro di quei sogni strani. Ho sognato la neve a Nashville. Era agosto e aveva nevicato nel Tennessee.

Tra le cose reali invece, ieri sera, sono stata ad un evento, era la seconda vola che ci andavo. Organizzato dall’altra parte dell’isola d’Elba, per arrivarci ci abbiamo messo un’ora, con i fulmini e i nuvoloni alle spalle e lo scirocco ad inumidirci. Il giro dell’isola per assistere all’ultimo di una serie di concerti in un mini anfiteatro, dentro un bosco, dentro una casa sul mare, dentro una proprietà protetta e intoccabile dall’edilizia. Intoccabile, nel senso che l’attuale proprietario ci ha messo decenni per tirare fuori le casette in pietra abbandonate nell’ottocento, a ripulire da erbacce e cacciare via o addomesticare cinghiali e ora guai a chi si azzarda a toccare anche un solo eucalipto. Lì ci sono vigneti in discesa (o in salita, a seconda del punto di vista) e in lontananza una Corsica vedo-non-vedo. Darei le mie mani all’agricoltura per poter lavorare e vivere in quel posto e, se potessi rinunciare a qualcosa in cambio della mia permanenza lì, probabilmente, Baratterei una decina di anni della mia vita in cambio di una reclusione a Campo Lo Feno.
Nel frattempo continuo ad aprire e chiudere la libreria al solito orario. Scrivo, traduco, mangio, stendo i panni e dormo poco per stare sveglia di più. Poi mi sono accorta che in camera è un po’ troppo buio. Sto accumulando torri di libri tutti da una parte della scrivania, tanto che coprono la luce che dovrebbe entrare dalla finestra. Sarà meglio che faccia qualcosa, che non mi viene neanche voglia di torn arci, a casa, per cena mangiare sulla scrivania con tutta quell’ombra.

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