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Più Libri Più Liberi (oh, è l’inizio)

Anche quest’anno mi sono comprata i mirtilli in vaschetta (sì, a dicembre) e preparata i panini da portare alla Fiera Più libri Più Liberi, quella della piccola e media editoria di Roma, quella che quest’anno dal palazzo delle esposizioni all’Eur si è allargata fino alla Nuvola di Fuskas e, a sentire e leggere a riguardo, sembra che tutti siano diventati così equilibrati e quasi imparziali e asettici nell’esprimere il proprio parere a riguardo. Forse mi sembra, sarà la bibliodiversità, sarà il glutine che inizia a scarseggiare nelle diete, vallo a sapere.
“Carini questi piccoli editori, alla Feltrinelli li trovo vero?” e io subito mi sento come quando al verde attraversi a piedi e ti ritrovi uno che si è fermato con la macchina in mezzo alle strisce, ad aspettare che passino i pedoni.

In tutto ciò non ho ancora messo piede alla Fiera, se non piove (perché funziona così per i pedoni che abitano lontano) questa sera vado a ritirare l’accredito da ufficio  stampa, che poi sarei io, l’addetto stampa, per l’ufficio stampa. In realtà sono pure l’ufficio stampa, visto che sabato e domenica sarò lì, a mangiare mirtilli e raccogliere informazioni all’esposizione della Fiera alla Fiera al palazzo delle esposizioni e Nuvola annessa.

Poi dico, alla Feltrinelli si potrà anche togliere il cappotto, appoggiarlo accanto alle poltroncine e farsi un giro pure nel settore bricolage, ma vallo a spiegare ai commessi che giuri di non fare briciole mentre scarti il tuo panino alla fesa di tacchino.

Più Libri Più Liberi (Graziano Graziani)

La prima sensazione che ho avuto, ad entrare alla fiera Più Libri Più Liberi, è stata quella di aver messo la testa in un forno ventilato appena acceso. Quell’arietta e il caldo che inizia a diffondersi, così tipico delle fiere.

Dicevo, qualche post fa, che sembrava tutto influenzato dal germe della politica, che già considerare la politica un germe, è un po’ malsano come punto di vista.
Ho sfogliato il programma giornaliero e ho notato che da qualche parte, al secondo piano ci sarebbe stato Graziano Graziani a presentare il proprio Atlante delle Micronazioni (uscito nel 2015 per Quodlibet). Quale migliore occasione per sentire cosa aveva da dire l’autore su quello che non é un romanzo, non è narrativa, non è un saggio e nemmeno un manuale. Non è nemmeno illustrato, se per questo. È un libro, e fino a qui ci siamo. E io quel libro me lo sono divorata in treno, in bus, a letto, a tavola mentre aspettavo si raffreddassero i rigatoni.
Graziano compone in modo abile e ironico un catalogo di paesi governati da qualcuno che in un momento di goliardia, interesse politico (utopia?) e spirito d’iniziativa aveva deciso di istituire non solo le leggi di tale nuova creatura, ma ovviamente pure i suoi confini. Che poi, i confini, da quel momento in poi, sarebbero stati all’interno di uno stato ben più grande (con i propri di confini), sono cose marginali.
Così nasce questa cernita di Stati, nazioni e storie al limite dell’assurdo (e a volte nemmeno tanto al limite). Ogni tanto nel discorso si intromette un ridente Nicola Lagioia e formano proprio un bel duetto i due, il pubblico ride, si stupisce, e mi stupisco e rido pure io, nonostante abbia letto il libro più di due mesi fa.
La cosa buffa è che mentre il loro discorso sembra prendere una piega sempre più politica, tra Graziano se ne viene fuori con il fatto che «ogni studente di giurisprudenza sogna di essere tradito da ciò che sta studiando, quasi per confermare che la vera ragione stia nella propria, di tesi», colgo un tono ironico e rassegnato quasi, della serie che tutte le regole cercano la propria eccezione, che sono quasi le quattro e bisogna chiuderla qui, se volete il libro lo trovate fuori, buone cose a tutti. E quindi ecco qui, andatevi a vedere la Repubblica di Frigolandia, per esempio, che con la politica reale ha la stessa relazione che ha il mio gatto con le tigri.
Ad ogni modo è un lavoro di ricerca notevole, quello di Graziano nel “suo” Atlante delle Micronazioni. Forse uno dei rari e piacevoli casi in cui il lavoro di scrittura supera quello di promozione.

[Continua]

Più Libri Più Liberi (Giorgio Agamben)

Dal 4 all’8 dicembre il Palazzo dei Congressi all’Eur ospita la quattordicesima edizione di Più Libri Più Liberi, nonché la fiera nazionale della piccola e media editoria organizzata dall’Associazione Italiana editori.

Ho avuto modo di fare una passeggiata tra gli stand alla fine del 2013, ma ricordo ben poco. Più che una vetrina per gli editori mi era sembrata un acquario, senz’acqua e aria, per noi visitatoti. 
Quest’anno, ad ogni modo, mi sono organizzata in anticipo. Ho richiesto l’accredito da libraia, questo significa che fino a martedì non ci saranno altro che colazioni in casa, libri, pranzi all’Eur, autori e ancora libri, cene in metro, libri in tram e così via a ruota. Ma va bene, va benissimo. 
Mi sono persa il primo giorno, ieri però sono entrata a mezzogiorno, puntuale per assistere involontariamente, alle ultime parole di Massimo Tognoli. Ora, vorrei sbagliarmi e premetto, ero appena arrivata, ma a me è sembrato che il tema politica aleggiasse anche nell’aria (e area) dedicata agli stand della letteratura per ragazzi.

Ho aspettato un po’, il caldo era insopportabile, sembrava agosto e sarebbe bastato venire in maniche corte sotto il cappotto, ma la gente si irritava parchè non poteva dirigersi dove voleva, ovvero verso l’uscita, quindi passando sui piedi di altra gente. 
Comunque non voglio scrivere altro sull’organizzazione, che non è di mia competenza il tema, mi sarebbe bastato trovare un posto in piedi in qualche sala, che me ne frega di stare seduta, ho pensato, che sono qui per ascoltare, mica per sedermi. Manteniamo il buon umore, sù. 
Poco dopo mi sono ritrovata alla presentazione dell’ultimo libro di Giorgio Agamben, Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi. Sapevo che sarebbe intervenuto Goffredo Fofi, mi aspettavo contraddizioni su contraddizioni tra un filosofo contemporaneo e un uomo contemporaneo, praticamente da sempre (poi, si sa, ad arricciare le cose sono bravi tutti, figuriamoci chi parla di metafore per professione oltre che per vocazione). E invece.

Agamben racconta la figura di Pulcinella, come maschera, come uno di noi, “l’emblema di un mondo che cambia e la presenza costante e volgare del corpo, a testimoniare la propria appartenenza al genere umano”, più o meno questo. Parla di catastrofi, della disciplinata goffaggine degli attori comici che a differenza dei loro colleghi tragici, si tengono quasi a distanza dalla realtà. E mi affascina, ma sto quasi per cedere, perché Agamben parla in modo circolare, inserendo sempre qualcosa di nuovo, un dettaglio in più, ma pur sempre in tondo. Ad un certo punto si ferma e dice «ma che altro potrei aggiungere?», fa un gesto stizzito al fotografo, che non smette di immortalarlo in ogni primo piano possibile, e riprende a parlare.

C’è una cosa che però mi rimane impressa (continuerà a girarmi i testa per tutta la giornata) ed é quando Goffredo Fofi dice la sua a proposito del sapere, della pappa pronta che é la letteratura. Alla fine cita Vitaliano Brancati, che é uno scrittore nato nei primi del 900: «il compito della politica é di occuparsi dei derelitti, quello della cultura è occuparsi degli stupidi». Ecco che allora, mi viene voglia di alzarmi e andare via, ma sto al gioco della mia ignoranza. Mi alzo lo stesso, ma alla fine dell’incontro, e vado a vedere cosa hanno da dire nelle altre sale.

[Continua]