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Da qualche parte

” … svegliarsi alle otto per uscire alle nove per tornare alle dieci per riuscire a far la spesa, mangiare ed essere a lavoro all’una. Ma allora che senso ha? A sto punto io che ci vado a fare al mare, ad aspettare di andare da qualche parte?”

[Sentito questa mattina alle nove e un quarto al porto]

Settembre /// cinque di trenta

– Ma perchè quando sei in compagnia diventi tutto diverso, diamine, eh? 
– Diverso, io? 
– Sì, mi ignori, come se non ti servissi, anche se sono lì vicino a te. Ma ti pare il caso?
– Ma cosa?

Una piscina comunale d’inverno, il mare oggi. Limpido e poco affollato, tra una schiera di barche a vela ormeggiate alle boe solitarie.
Ieri sera sono rimasta da Z. per cena e film. Capita ogni tanto, così la mattina si va subito in spiaggia a due passi. Non che il posto dove sto io sia lontano dall’acqua. Anzi, saranno cinquanta metri dal portone del condominio. Ma il Lido è un’altra cosa, non è come la spiaggetta o gli scogli sotto la libreria. Una piscina, dicevo. Capita quando il vento soffia fuori e porta via meduse, pàtine sporche galleggianti e battiglie.
Al mattino ho raccolto un paio di fichi dall’albero nell’orto spaventando un turista che si stava sporgendo dalla stradina sterrata, oltre il recinto. Ha fatto un balzo quando mi ha vista, allontanandosi piano piano. Suvvia, è mattina, ho pensato. Accettatemi così come sono, arruffata e in pigiama.
Al mare poi ci siamo andati, la sabbia scottava e la doccia non era più a pagamento ma ad uso libero dei pochi turisti rimasti. Mi mancherà tutto ciò, ma vabbè, tanto l’estate finisce anche se non me ne vado via dall’isola. Sono rimasta seduta un po’ in disparte a pensare a questo menefreghismo che mi veniva così spontaneo, quando ho sentito una signora rivolgersi in tono lamentoso a suo marito. C’erano troppi punti di domanda nel loro botta-e-risposta, anzi nel loro domanda-e-domanda e pure un eccesso di ma non irrilevante. Quanta responsabilità ci vuole per rispondere? Forse un sacco, ed io che da un bel po’ sono in libreria, con varie bozze da correggere e qualche libro aperto sul bancone,  mi rendo conto che a me di ma e domande serie non arrivano da mesi.

Ogni volta che

Ogni volta che
prendo in mano il libro di Hopkirk, per qualche motivo a me sconosciuto, la libreria si riempie di un pubblico dalle’età media non inferiore ai cinquantacinque-sessanta.

Ogni volta che
arriva il postino, mi vede alza una mano in aria e mi saluta con un sonorosissimo HEI, ma proprio con la i alla fine, non la y. Io ne sono certa, dice HEI non HEY. Da qualche giorno ho preso anch’io a salutare così e a quanto pare lo faccio davvero bene perché ora gli svedesi attaccano subito a chiedermi informazioni in svedese. Per un po’ ho fatto finta di nulla, poi oggi chiacchierando con un amico di Stoccolma ho scoperto che in Svezia usano la parola Hej per salutarsi. Con la j. Tutto subito si è fatto più chiaro, ma il dubbio sul perchè nel nostro alfabeto abbiamo tre lettere con un possibile stesso identico suono, rimane.

Ogni volta che
dico Domani mare, indosso il costume blu sotto la camicia e pantaloncini e dalla sera prima preparo la maschera, l’asciugamano e metto le chiavi di lavoro nella borsa da spiaggia, da portare direttamente in libreria, stai a vedere che piove. Ma mica sempre. Solo nei giorni in cui sono davvero intenzionata a farmi la mia oretta di nuotata.

 

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Dibattiti un po’ pelosi

Io ed E., che è un mio amico isolano, abbiamo preso a frequentare gli scogli accanto ad una delle spiaggette più popolose qui. Si chiama La Rossa e tutti la chiamano proprio così, quasi tutto attaccato: Larossa.
Insomma, io ed E. ci arrampichiamo sulle rocce verdi e nere, le superiamo, ci andiamo a nascondere negli anfratti e facciamo i tuffi da lì nell’acqua così limpida che se uno di noi si metteva a galleggiare, l’altro ogni volta esclamava Si vede la tua ombra!
Oggi ci siamo tornati, c’erano le meduse ma siamo riusciti ugualmente a fare una toccata e fuga con i piedi sul fondo roccioso.
Poi E. si è messo a parlare di pesci (visto che con me è argomento ricorrente) passando da scorfani a balene in zero due, transitando per le metamorfosi e le evoluzioni dei primi a tutto ciò che ha a che vedere con la mammiferosità dei secondi.
Ecco – lui dice che i delfini, per esempio, erano in origine dei cani (e prima ancora dei pesci, ovviamente). Poi è accaduto che sulla terra mica ci stavano tanto bene, allora hanno deciso di tornare in acqua. Non nego la mia sorpresa non solo per la notizia in se, ma per l’istantaneità con la quale lui si accingeva a farmi capire questo dato di fatto. I delfini erano cani, evoluti in tali in chissà quanti milioni di anni, diceva E. .

Questa sera invece un bimbo di nove anni, sorseggiando il suo succhino alla frutta, mi ha detto che questa teoria è stata smentita e sembra che invece gli amici cetacei discendano dagli Artiodattili di cui farebbero parte anche gli Ippopotamidi.
E. , non mi freghi, potevi dirlo che Ar-tio-datt-ti-li era difficile da pronunciare rispetto a Canidi.

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Dipendenze

Porto rispetto per le giornate di pioggia come queste, di oggi.
Un po’ perché sanno continuare ciò che hanno iniziato (ovvero questo gran bel marasma di turisti che si stipano in libreria a leggere) ed un po’ per un puro piacere personale nel vedere il mare davanti a me color del cielo.

Poi dipende, anche le giornate di sole non è che mi urtano, anzi. Soltanto che oggi è perfetto così.