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[Meno zero] Solo andata per l’America

 La scuola è fatta per avere il diploma. E il diploma? Il diploma è fatto per avere il posto. E il posto? Il posto è fatto per guadagnare. E guadagnare? È fatto per mangiare. Non c'è che il mangiare che abbia fine a se stesso, sia cioè un ideale. Salvo in coloro, in cui ha per fine il bere.
Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana, 1921

Abbiamo iniziato a festeggiare trenta giorni fa. Quando le certezze finalmente iniziarono a maturare abbastanza da essere succose e visibili.

Non ho nemmeno avuto il tempo di capire che emigrare negli States e restarci per lavoro è considerata un’utopia. Mi sono ritrovata in coda direttamente al Consolato Americano di Milano, insieme ad altri come me, sguardo dritto, ginocchio tremolante e documenti alla mano. Una settimana dopo il Visto è arrivato con la nonchalance di una pubblicità del discount dietro l’angolo.

La verità è che di soluzioni che ne sono sempre almeno due. Anche i no sono una possibilità, ma noi qui abbiamo puntato al si. Andare verso.

Parto tra poche ore e nemmeno ho realizzato che Seattle si trova a ottomilacinquecento chilomentri dall’Italia. Scritto in lettere sembra una distanza ancora più lunga. Mi limiterò a salire sull’aereo, allacciare le cinture di sicurezza e immergermi in un sonno profondo, nell’attesa del pranzo, possibilmente a fuso italiano.

Volerai nel passato, dice la nonna. E lei se ne intende, ad andare avanti indietro a spiegare al nonno che invecchiare è nor-ma-le. Na-tu-ra-le.

Così, oggi che è una bella domenica grigia e umida, zii, nipoti e parenti della famiglia Alaska si sono riunti a festeggiare (?) l’addiversario dell’ennesima partenza dell’Alaska in persona. Sottoforma di pranzo post-Natale. Carni alla brace, polenta, patate novelle e cose buone, che non smettevano di ricordarmi che me le sarei solo sognate dal giorno dopo, per il successivo anno. Ah, ecco il caffè. Affoghiamoci il gelato, così da averne un ricordo ancora più dolce.

Qualcuno mi ha regalato un’agenda, qualcun altro un’altra agenda. Due agende insomma. Di cui una di ben 16 mesi. Poi, per rimanere in tema, una sciarpa a stelle e strisce. Al diavolo la moda e i cliché, io dico. Me la avvolgo attorno al collo e metto in borsa le due Moleskine.

La sera, invece, prende la piega della minestra nei piatti. Ottimo, partiremo leggeri. Hai stampato i biglietti aerei? Il passaporto è qui, non scordarlo. Smettila di agitarti. Ma non mi agito, ho perso gli occhiali. Fuori piove, la nonna dice che ti chiama tra un attimo, vuole venire con te all’aeroporto. Hai preso i cerotti?  Ti stanno chiamando quelli della Vodafone, te li passo. Facciamo che ora voi tutti ve ne andate a letto e io rimango qui, accanto alla mia valigia. Non faccio rumore, e smettiamola con i preparativi verbali. Non voglio passare a Vodafone, domani vi lascio il mio telefono in carica e non toglietelo da lì per i prossimi dodici mesi.

*

Valigia grigia a strisce blu, dobbiamo parlare. Svuoto tutto e ci rimetto la metà delle cose. Venti chili come prima.

Penso che sono spacciata – io e lei pesiamo troppo insieme – che non può funzionare tra noi. Proietto sulla parete bianca del salotto scene irrequiete: alla dogana mi strapperanno il passaporto, poi taglieranno la valigia di traverso per estrarne le viscere colorate, infine mi indicheranno l’uscita con i loro indici unti di salsa barbecue. L’uscita verso la pista di atterraggio.

Vorrei essere già a New York a fissare i grattacieli, ma mi perderei il divertimento alla frontiera. E le dieci ore in volo sull’Oceano. L’Oceano con il quale vorrei avere a che fare, una volta atterrata sulla terraferma possibilmente.