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Complicazioni

Com’è difficile tornare a fare le cose semplici come leggere in terrazza, cucinare a casa, lavare i piatti, mettere in ordine le cose mie. Era più facile non avere tempo per nulla perché dovevo fare tante di quelle cose, altre cose, ogni giorno, nell’agosto appena qui sotto. Chissà quando mi ci abituo a questa tranquillità di settembre. No, meglio non abituarmici, poi magari mi stufo, ripenso ad agosto e via nella nostalgia da fine estate. No no. Meglio l’autunno. E così tutta la mattina, un andirivieni di opinioni a caso. Eh, vediamo di non complicarci la vita, mi sono detta a pranzo, che stavo già andando in iperventilazione.

How much Avocado is too much?

La tazza verde sul tavolo,

una caraffa quasi vuota,

la cena nel freezer,

srotolo la confezione di mais surgelato,

[magari insieme all’insalata di banane e avocado,]

la tapparella della cucina non filtra che le luci delle case degli altri.

Piove tutto il Lunedì, Martedì e pure tutti gli altri giorni che compongono il resto della settimana.

La cosa straordinaria di questa fetta di mondo è l’organizzazione. Simile ad un formicaio, costruito nel giro di una notte, [tutti] gli Americani vivono sostenendosi a vicenda, ma non toccandosi affatto. Oggi ho scoperto che la casa nella quale abito è tra le più vecchie del quartiere -e dei quartieri attorno- ha ben trent’anni. Accidenti. Trent’anni sono io, più poco meno della mia metà. Non mi pare poi così tanto, ma forse il cartone dei muri si sciupa dopo qualche stagione fredda.

L’America è proprio una nazione gggiovane. Lo confermano le villette colorate  di compensato e cartapesta, i giardini con gli alberelli di Ginkgo dalla circonferenza non più grande del mio polso, il prezzo delle patate al supermercato. Dai, Tomato a 3$ per libbra? Sono quasi sei dollari al chilo, e dire che è nato proprio qui il pomodoro.

Eppure è già tutto surgelato, impilato e distribuito ai diretti interessati, a partire dalle celle frigorifere dei supermercati, fino ad arrivare ai servizi, igienici o sanitari che siano.

Ecco, a proposito di sanità.

Per la prima volta, e spero l’ultima, ho fatto conoscenza con la medicina del continente. Per una strana forma di allergia, deduco a qualche legume, vegetale [muffa? ndr] che cresce in queste zone, mi sono ritrovata in un mare di lacrime e starnuti. Ricevere assistenza, o solamente una visita medica qui non funziona come in Italia. E nemmeno come in Dr House, piuttosto Scrubs, senza la comicità da cornice. Medico di base? Di famiglia? Macchè. Di base bisogna solo aspettare, con al massimo qualche componente della famiglia che ti tiene la cartellina con i tuoi dati, mentre cerchi in borsa il tuo passaporto.
Dopo aver prenotato tre giorni prima, pagato via carta di credito 200$ come caparra, riconfermato i miei dati via Email e finalmente aver avuto accesso alle poltroncine blu nella sala d’attesa, il Dott. Americano ha avuto accesso a me ed al mio problema di sopravvivenza.

Non riesco a respirare, bene – ho detto, ovviamente in inglese.

Ah, Italian? C’mon, what’s wrong ? –

Iniziamo alla grande, ho pensato, non ho scampo alle origini adottive. Ma poi mi ha fatta salire su un cubo di plexiglas trasparente non più grande di trenta centimetri, mi ha pesata, preso l’altezza, misurato la pressione, la febbre, le orecchie sono pulite, linfonodi okay, sei sana come un pesce. E il raffreddore e gli starnuti sono una reazione allergica. Ma potrebbe anche essere un’infezione post infiammazione. Cosa possiamo fare? Vai di Amoxicillina per una decina di giorni, ti faccio la ricetta adesso. Se non funziona, stai sicura che è un’allergia, ma di per certo avrai anticorpi grossi come cavalli, per una futura infezione, sia mai.

Ora, oltre al thè in microonde e mirtilli surgelati dal Messico (nel prossimo capitolo giuro che ne parlo), avrò per merenda antibiotici.

E riguardati, mi ha detto facendomi scendere dal cubo.