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Al cassonetto

C’era un bimbo, l’altra sera sotto casa, avrà avuto sei anni. Sono uscita a buttare tutto il cartone accumulato, si è avvicinata sua madre per aiutarmi. Ciao ciao come stai, eccetera, non ti vedo più la mattina alla fermata, ma lo sai che mio figlio in Sardegna imitava i Bergamaschi?

Oggi

Dal Palazzo dei Congressi, all’Eur, si vede una grande pista ghiacciata di pattinaggio, ma sembra marzo, o aprile, siamo tutti in maniche corte qui fuori e stanno mandando via i bambini, perché il ghiaccio si sta sciogliendo. Al telefono mia mamma é stizzita, non vuole sentir parlare di caldo, al nord ci sono quattro gradi, se va bene.

Domani

Volevo scrivere a proposito di due persone belle ma terribili, qui, ma poi sono entrata nel bar dove spesso mi fermo per un caffè e mi sono seduta al tavolino accanto alla vetrata. E per una coincidenza é passato a trovarmi un conoscente, abbiamo chiacchierato e le cose che mi diceva mi sono sembrate di gran lunga più interessanti di ciò che avevo in testa io e che, per di più, tradotte a parole, erano proprio delle castronate. Così me ne sono stata zitta ad ascoltarlo, sorridendo, e alla fine quando ci siamo salutati mi era passata anche la voglia di scrivere di quelle due persone. Magari domani.

Innocui

A me le melanzane fanno male. Fisicamente, mentalmente, mi fanno male in entrambi i sensi. Perché le mangio, mi piacciono, poi soffro. Sono pesanti, sarà per le fibre che contengono, il colore, che ne so. Quando poi arrivò a sera sto male, e vado a dormire e non ci riesco perché sono lì che mi rigiro e le melanzane le sento che non si sono posate proprio educatamente nello stomaco. Soffro dentro proprio, mi viene un’angoscia, una tristezza a pensare che a mangiarle così buone succulenti, poi mi fanno questo effetto, che sembra me le sia mangiate intere, senza masticarle.