A nudo, finalmente sotto la doccia nella periferia di New York

Sarai felice di sapere che avrai una camera tua, sempre con letto a due piazze e qualcosa in più, un armadio, pavimento in legno, ah e sì, anche un bagno privato. E se canto non si sente, così hanno detto. Stai attenta, la porta del frigo cigola. Di notte ti potrebbero sentire.

Gli intonaci bianchi, i battiscopa in legno, la lampada in vetro smerigliato sul comodino mogano. E questo profumo di Casa che si sparge ovunque ovunque ovunque. Non che vada pazza per l’arredo vintage-legnoso, ma ha un che di accogliente perfino il comodino per i calzini.

Da quanto non sentivo il fresco odore di spazio?
Sono finalmente arrivata a destinazione. Oltre New York, in una cittadina a sud della Long Island, dove da dietro un metro di neve mi ha accolto il nuovo Host Dad, nonché papà dei due bimbi dei quali mi occuperò.

Sorridente, con un andazzo da “ehi-ho-appena-assaggiato-un-cabernet-pazzesco” ed un inglese scandito a piccoli pezzetti chiari e tondi, mi ha fatto una tra le buffe impressioni di Americano.
Abbiamo aspettato la valigia, che puntualmente è arrivata sul nastro, insieme a quelle degli altri venti passeggeri.
Ebbene sì, dopo lo scalo a Philadelphia sono salita su un aereo non più grande di un autobus extraurbano. Per un attimo, prima di accedere alla cabina, mi sono immaginata in prima classe, con pantofole morbide e mascherina, quasi fosse un jet privato per quelli come me che cambiano aria, invece mi sono ritrovata attaccata al finestrino, soppressa da una simpatica signora in maglione Ciano-Cielo di almeno un centinaio di chili, ma con la quale ho
scambiato le più piacevoli chiacchiere delle ultime quattro settimane. Le apparenze non ingannano: tanta sostanza, eccetera eccetera.

Sulla via verso la nuova casa le strade erano completamente gelate, bianche e soprattutto a due corsie. Evviva! Niente più immaginario terrore su quelle a sei di Seattle (che comunque non ho mai fatto in macchina, ma al solo pensiero rabbrividivo).

E qui mi fermo, prendo aria, da dove comincio? Si i(n)spira dalla bocca o dal naso?

Thè Verde. E attorno il nuovo mondo.

Per prima cosa le mie mani. Mani che hanno portato centinaia di cestini della lavanderia, alzato creature piangenti post-nanna, mescolato pappette, aperto e chiuso forni a microonde con biberon da scaldare, mani lavate ancora e ancora dopo aver cambiato pannolini, fatto da mangiare. Non contemporaneamente. Quasi trenta giorni, tutti visibili tra le crepe sulle nocche e polpastrelli. Carini i mignoli in particolare, così paffuti e storti ora.

Dopo le mani, un mobilio comprensivo di pianoforte nero a coda, tavolo di marmo in puro American style in cucina e un paio di Host Parents super busy attorno, a tagliarmi fettine di formaggio al caffè (italiano?) sul tagliere in ciliegio.

Oltre: i muri. Finalmente di cartone più resistente. La casa di per se sembra un castello color crema in miniatura. Come fiocchi, a decorarlo, cornicioni a sbuffo e tegole policrome viola-rosso-mogano-viola e così via.

Oltre ancora: la mia stanza. Questa mattina alle sette e mezza i bimbi, travestiti da ninja, sono saltati in camera di soppiatto. Non ci conoscevamo ancora, ma abbiamo lottato sullo stipite, io armata di cuscino e loro di ganasce in plastica. Ha vinto la Host Mom, entrando e trascinandoseli via per le caviglie. Perchè? Ci stavamo divertendo, al diamine la mia privacy.
Quindi ho tolto il pigiama, messo jeans e maglietta e ho respirato. Tanto ma tanto.

Ora che potevo permettermi di far rumore e annaspare.