#6

Questa mattina dovevo andare a consegnare un assegno di venti dollari al bowling del paese accanto. Vallo a chiamare paese poi. Una strada, negozi da entrambe le parti e attorno case in ordine geometrico come decorazioni persiane sui tappeti.
Il bowling si trovava al centro di una rotonda immensa, dove le macchine dovevano fare il giro di trecentosessanta gradi almeno due volte prima di imboccare l’entrata giusta. E pure contromano.

Prima di salutare il commesso addetto ai birilli e agli scarponcini dai lacci fluorescenti gli ho chiesto come mai il locale fosse stato costruito in un posto così
come dire,
inusuale.

La storia è più o meno questa:  molto tempo fa non c’era nulla su questa parte di Isola, poi qualcuno ha iniziato a chiedersi se non era il caso di animare un po’ quella zona, affacciata sulla Baia Oceanica. La gente si sentiva un po’ isolata e dimenticata, distante dalla grande New York. Un negozio c’era in effetti. Market-Office, lo chiamavano. Fungeva da poste, bar, pub e alimentari.
A volte pure da consultorio. Così, ad un certo punto, gli abitanti della piccola località balneare hanno raccolto i fondi necessari per costruire un teatro. Le pratiche andarono avanti per un po’, ed alla fine la mentalità vinse sulla cultura. Il bowling fu costruito in qualche mese e alcune poltroncine rosse vennero salvate prima ancora di essere scartate dai propri involucri di nylon e sistemate al suo interno in ricordo di un’idea.
Da quel momento in poi nel giro di tre miglia sono sorti molti nuovi edifici. Outlet, farmacie, palestre e cinema. Le persone dei paesini accanto hanno iniziato a spostarsi verso quel centro così avanzato e all’avanguardia
ed in seguito è stato necessario far passare nuove strade per collegare la cittadina alle località più piccole. Il bowling finì proprio al centro di una rotonda. In realtà avrebbe dovuto essere demolito, ma la gente protestò fino a che gli ingegneri non si arresero e lo inglobarono all’interno della grande giostra per automobilisti.

La storia è al limite del credibile, ma ora sostituite in ordine le parole in corsivo con:
Quindici anni fa
il sindaco del paese
nel 1998
qualcosa come due anni
Dal 2000 in poi
dieci anni fa

Ora mi sento meno giovane e con un’incredibile voglia di collezionare qualsiasi cosa che abbia più della mia età.

 

#5

[in foto: classici gabbiani testanera, virgole del North Carolina in  una qualsiasi giornata di Marzo.]

Quando le luci si spengono, i pavimenti smettono di rimbombare i passi dei piedini dei bambini szampettanti su e giù e per le scale,

quando inizio a sentire un cambio di intonazione nelle voci oltre il muro,
da interrogative passare a semplici affermazioni di qualche parola.
Qualcosa-qualcosa-silenzio
Qualcosa-silenzio
Silenzio grande
ed ancora qualcosa, non più lungo di una parola con una vocale. E basta.

Accade ogni sera. Ed è questo il limite della routine. Fino a qui tutto uguale, con la variante degli ingredienti per cena (oggi era una bella
Fiorenza, probabilmente mutazione letterale di Fiorentina).

Alle nove e venticinque si spegne tutto e la mia routine finalmente si spezza. Riordino i libri di inglese, apro le finestre.
Accendo la musica, chiudo i cassetti lasciati aperti
oggi.
Ieri mi sono semplicemente limitata a cambiare l’ordine delle lampade sui comodini.

Dicevo

la magia inizia se esco dalla mia stanza dopo le nove e vinicinque.
Nessuno l’ha deciso, ma da una settimana ho iniziato a frequentare la cucina ad ore improbabili.
Mi sento padrona della casa senza neppure sfiorare un mobile, mentre procedo verso il salotto a piedi nudi sul pavimento in legno
via
fino all’altra parte della sala.

E lui ci riesce,
il silenzio.
Smussa la sensazione di estraneità che spesso provo di giorno, qui dentro, circondata da altri come me che
per forza di fatti respirano.

Sentirsi a proprio agio al buio è una delle cose più difficili da fare, quando si è con se stessi.
Quando regolarmente accade di scontrarcisi,
ci addormentiamo
noi,
e il buio scompare.

Lo chiamiamo tempo di dormire e lo difendiamo con l’arma della stanchezza. Bella scusa.

Orgogliosa sorrido al mobiletto delle spezie davanti a me e tamburello con le dita sul marmo fresco, perché anche oggi non ho perso niente.
Poi l’acqua bolle, prendo qualche biscotto dalla dispensa e a tentoni torno sul mio sgabello.

Non mi freghi buio, questa volta,
affogherò il sonno nella tazza e fingerò di avere tempo,
in compagnia della solitudine,
che poi ha una faccia oggi!
Tale e quale alla mia.

#4

Pensavo,

sono proprio indietro.
Io e la poca voglia di accettare i posti fermi,
le patate arrosto in salsa agrodolce,
i Thè tiepidi.
Non capisco
se è il caso di provare a stare ferma con chi ha poca voglia di camminare o di inseguire chi ne ha troppa.

L’America è comoda,
-almeno questa parte ha gli angoli smussati e soffia la brezza dall’Altlantico-
così lucida e pacchiana,
quasi fosse una scenografia troppo bella per uno spettacolo mal recitato.
Ed ecco che il lavoro lo trovano quasi tutti, mica la crisi si sente,
c’è da mettere in piedi lo show,
ci sono alberi, cespugli, castelli da ricoprire di cartapesta e dipingere.
Le tende di velluto da lavare e buttare in asciugatrice.
Cerare il pavimento.

Qualcuno capisce cosa intendo?

Mancano otto mesi e potrò finalmente decidere dove e se spostarmi, ancora.
Che poi,
chissà perché a uscire dai paletti delle abitudini si diventa così critici e acidini?

Ed indietro lo sono davvero. Di ben sei ore. 

#3

Ci hanno chiesto se volevamo rimanere, mentre ci obbligavano ad andarcene.

 

Le hai presente le Americanate? I film, intendo.
Quelli che dopo Mamma Ho Perso l’Aereo ti fanno credere che davvero i ladri entrino per la porta principale
e domandare perchè ogni Natale sotto i loro abeti (sempre più verdi di quelli alpini) ci siano cuccioli nei pacchetti dai fiocchi di raso.
Sempre che tu non abbia già adottato un topo ballerino bianco facendolo sentire parte della famiglia.

Questo è il primo paletto.

Il secondo lo vedi facendo un passo avanti.
– uno solo, non servono grandi sforzi tra la TV ed una birra nel frigo –
Ed è quello che vorresti travare, le aspettative, se mai dovessi un giorno capitare qui,
in questi Stati bene o male Uniti.

Insomma, un bel campo di battaglia per i sogni.

Ecco, tra questi due paletti ci sta una cosa.
Anzi, ci stanno delle cose
chiamiamole persone.
Non tante, circa quattrocento mila
tutti italiani.
Stanno qui e a volte si guardano attorno, usando i paletti come stuzzicadenti,
dopo aver realizzato che la Green Card non si mangia.

 

 

#2

Il treno al mattino che porta a New York non è mai stato così lento. Puntualissimo, ma lento.
Avevo dimenticato tutto. Libro, occhiali, soldi, documenti. Se mi fermavano ero nessuno.
Anche se non mi fermavano, in realtà. Tra la folla della qurantasettesima o della cinquantesima ero comunque chiunque. Che è peggio di nessuno.

New York mi ha odiata per averle dato il Buongiorno in italiano.

Poi le cose si sono arrotolate su se stesse, hanno preso un forma color ocra e blu e gialla, soprattutto una forma gialla.
E abbiamo camminato ovunque, io e altri due piedi finalmente italiani.

È capitato che a volevo tornare in Italia a mezzogiorno. Cose che se non lo fai subito stai male.
La sera invece, al ritorno verso casa ci avevo già ripensato. Cose che è meglio non ripensarci più.

Ora io lo so, sono i treni che fanno cambiare idea. I treni o i colori.
Ma parliamo dei treni.
Basta sedersi non al solito posto, sbadigliare,
cambiare punto di vista,
iniziare a scarabocchiare il volto del vicino di fronte su un block notes
ed ecco,
domani pizza all together, con sconosciuti che sconosciuti non sono più.
Ora perdonami grande mela, accetto tutto. Davvero, anche il caffè acquatico, ma ti prego,
ti prego in inglese
se preferisci,
ma non farmi perdere più.

Non serve che tu mi nasconda,
da chi poi? Lasciami pure in vista.
Tanto
in Italia ancora, ancora non ci torno.