#11

[in foto: un classico Giovedì sera.]

Questa mattina non si apriva il frigo.
Erano le sette e mezza, avevo in programma grandi pancakes, invece sono rimasta lì, davanti a quella maniglia, tentando di forzare con un mestolo la fessura tra frigo e anta.
Il mese scorso l’abbiamo scongelato, il frigo, e per pulirlo ci siamo entrati in due, con spugnetta e aspirapolvere, tanto per definire le dimensioni.
Comunque ho dovuto svegliare il resto della casa. Quattro persone con lo stesso ideantico pigiama, si sono ritrovate a cercare di aprire, squotere, svitare maniglia e cardini. Li guardavo e non capivo se era voluta come tonalità, quel giallo canarino.
Quando qualcuno terminava con un azione, la stessa mossa veniva ripetuta subito nello stesso punto da un altro membro della famiglia.
Poi abbiamo sentito un rumore, come di vetri rotti, provenire dal suo interno.
Could you open..?– ha chiesto Anthony, non si sa bene a chi.
I think it’s still stuck…– ha risposto sua madre, arretrando.
Oh, geez, I’m so hungry!– ha sdrammatizzato il padre guardando fuori dalla finestra e spoleverandosi finta polvere delle nocche.
-Can I have milk now?- ha sussurrato il figlio più piccolo.

Allora in queste situazioni bisogna fare un po’ i finti coraggiosi, quelli che “okay, lo faccio io”,

così ho tirato la maniglia ed un fiume di formaggiyogurtsucchi, cartoni di lattepistacchimele,
barrette proteiche, ipercaloriche e quelle senza grassi,
i Bagel di crusca,
bottigliepomodori, vasetti di capperi,
la tagliata di tonno avanzata dalla sera precedente
e tutta la spesa del giovedì stava letteralmente scappando riversandosi a cascata su di me. Una spesa che aveva richiesto ben tre ore di sharing su Amazon.
Le cose stavano accadendo e candendo una dietro l’altra, e non riuscivamo a fermarci di stare fermi.

Più tardi abbiamo scoperto che una colpa effettiva non c’era. Bisognava solo stare attenti a non comprare più di quattro cartoni di latte e possibilmente non sistemare tre dozzine di birre sul piano più alto, in equilibrio sulla scatola di avocadi, che poi le mensole ci soffrono.

(continua)

#10

[In foto: esemplare di inadeguatezza, senza angoli]

Abbiamo litigato oggi. Per la prima volta, con tono indiscreto e più gesti che parole,
ma ce l’abbiamo fatta.

La domanda è la seguente:
Facce: 2
spigoli: 0
Ma quanti angoli, ha un cilindro?
Ci abbiamo scommesso un dollaro sopra. Se perdo dovrò andare in banca a prelevarlo. Se vinco, avrò il mio primo verdone cartaceo direttamente dal porcellino d’oro dei suoi otto anni di risparmi.

Nel quarto d’ora di discussione continuavo a ribadire il tondo zero evitando di spiegare gli ovvi motivi, ma il resto della fauna in casa non era d’accordo.
Gli hanno fatto scrivere sul quaderno di geometria: 2

Dopo aver accuratamente svolto una ricerca su google e confermato che non è d’obbligo per gli angoli essere dritti, siamo pure passati alla grammatica dei punti di vista.
E così scopro che edge, nonchè angolo, potrebbe tranquillamente significare bordo.
Che actually non sta per attualmente, ma qualcosa di più concreto come effettivamente
e che -in effetti- forse fanno bene a mantenersi vaghi su concetti così precisi. Tutta colpa della grammatica.

Altrimenti non saprei proprio come spiegarmi perché la casa dove abitiamo è in leggera pendenza verso Est.

#9

A verder come la gente si saluta
mi viene un dubbio: sulla faccia della terra
d’esserci solo io bugiardo
 [Zavattini]

 

Ed è proprio così. Ci lamentiamo del troppo finto-interesse italiano, non appena oltrepassata la fase sconosciuti, poi finiamo dall’altra parte del mondo e capiamo che c’è di peggio.

Intanto
che gusto c’è nel ricevere quella manciata di Benegrazie, tutto attaccato, quotidiano?
Perché non che mangi sta sera?
Io davvero sarei più interessata rubare qualche idea per cena,
piuttosto che continuare a sbattere la testa contro status sociali tutti uguali.

Dicevo,
qui invece non si supera nemmeno la soglia in certi casi. Nei negozi, per esempio. Basta entrarci per sentirsi chiedere
(Hi) how are you?
All’inizio (come ogni Europeo che giunge qui pensando di sfruttare il traduttore parola-per-parola) non capivo il perché di tanto interesse, nonostante mi vedessero comprare il latte ogni giorno.
Così mi selezionavo le risposte qualche minuto prima di parcheggiare la macchina davanti al supermercato.
Fine era diventato scontato dalla terza volta.
Pretty good mi faceva sentire mediocre, ma andava bene di venerdì, a fine settimana lavorativa.
Not bad lo usavo quando ero di buon umore, giusto per non vantarmene.
A volte perfino rivoltavo la domanda.
Poi, una domenica mattina stavo finendo la mia porzione di pancakes in un locale sulla ventitreesima e qualcuno mi spiegò che nessun Americano si aspetta una vera e propria risposta. Davvero, bastava il fine scontato.
Piuttosto è importantissimo rispedire la stessa domanda al mittente, per non dimostrarsi
come dire, strafottenti.
E la cosa si ferma lì, con un punto di domanda.

Perchè lo fanno? Chi gliel’ha insegnato?
Non si sa, ma sembra sia buona educazione interessarsi al nulla altrui.

Io ci sono un po’ rimasta male, quella domenica.
Sono uscita da quel posto così carino, con le tovaglie a quadri bianchi e rossi, senza nemmeno finire la mia colazione.

Ci ero entrata nemmeno dieci minuti prima e alla domanda how are you avevo risposto Starving.

#8

[Video: People Get Ready – Windy Cindy]

Le persone qui non ti viene neanche voglia di cambiarle,
(allontaniamoci un po’ dal solito “ah, questi dannati Americani non sono come noi”
soltanto a guardare da come camminano per strada.
Nessuno sembra abbia voglia di invertire direzione,

-vanno dritti-sparati, direbbe un italiano-

e piuttosto tu stesso
ti ritrovi a lavorare su te stesso,
girare su te stesso
e alla fine lasciare perdere,
perché a chi importa se quella mattina sei uscito in pigiama sotto la pioggia a comprare il latte
mentre, con il telefono in una mano, ti connettevi a mamma su Skype
e con l’altra componevi il codice della carta di credito su quegli aggeggi laser
che hanno piantato perfino sulle bancarelle-carriola. Di quelle che vendono corn-dog e zucchero filato ai lati del Central Park.
Ci strofini sopra la tua card e già ti hanno scalato i tuo dollaro e mezzo. Più tasse.
Non devi pensare a nulla, soltanto a come spendere un altro dollaro al prossimo angolo, fino a che la banca non ti chiede spiegazioni via mail o direttamente per telefono a proposito dei frequenti acquisti di importo così basso nella stessa giornata.
Si preoccupano insomma.

Ieri invece mi sono svegliata con il sole nei pressi di New York, dopo aver passato sette ore al Brooklyn Ferry Fest, agglomerato di concerti e artisti in un solo enorme Teatro a tre sale
(e che a mio parere farebbero la felicità di Paolo Pitorri, lui e la sua Fottuta Musica Alternativa che mi piace tanto).
Da rifare e rifare e rifare senza stufarsi e senza stufare.

Ogni giorno è il primo giorno di primavera e Brooklyn finalmente  ha iniziato a mandare a passeggio i suoi abitanti sotto i ciliegi,
i peschi e i peri fioriti
affacciati sulle strade e cresciuti in giardini circondati da muretti in mattoni.
Le mamme nere-nere stendono le lenzuola colorate sui fili legati da casa a casa.
Non ho ancora visto una sola fodera bianca in questo quartiere. E la cosa mi fa quasi solletico.
I bidoni della spazzatura sempre colmi, ma mai straripanti.
Prevalgono i bambini con i pattini a rotelle non in fila, ma a due a due. Le biciclette -senza rotelle- e le corde,
per saltare e finire dritti nelle perenni pozzanghere.
E li guardavo da un davanzale non mio, gomiti sul legno impolverato, quasi fosse il programma più bello,
Brooklyn
la domenica mattina in televisione.

A me tutto ciò ricorda casa, sebbene non abbia mai avuto un muretto in mattoni tutto mio, ne bambini con i quali giocare in strada.

Brooklyn è per me il mix perfetto tra la quantità di latte e cereali,
un numero di scarpe azzeccato al primo colpo
e il mare ritrovato nell’Oceano.
Dissocio questa parte di New York da qualsiasi idea mi sia fatta in precedenza su questa fettina di continente. Sarà che non ci sono piscine nei giardini, ma solo pochi metri quadrati di prato fiorito davanti ad ogni abitazione.
La gente non parla molto,
ma sul marciaede incrociandoti, saluta, se sorridi per primo.
La frenesia inesistente, seppur a poche fermate di Subway da Manhattan.

Io queste cose me le metterei tutte in tasca e le porterei in giro come scorta di serotonina,
da dividere pure.
Brooklyn mi fa vedere il meglio di se, senza vergogna
pur sapendo che non mi basta,
non mi basterà per rimanere qui.

 

#7

Bussa sempre alla mia porta,
ma non gli ho mai insegnato a farlo. Ho semplicemente mantenuto la tradizione che questa famiglia ha nei confronti degli ospiti dimostrandomi favorevole ai toc toc toc.
Apro la porta e sono sicura che farà un passetto indietro, come sempre. Ha solo sette anni, ma è un bambino che inconsciamente mi ha totalmente sballato l’idea di figliuolo-Americano.
Si copre la bocca con la mano se gli sfugge uno sbadiglio ed è capace di arrabbiarsi e prendere a calci il mobiletto dei dolci se arrabbiato.
Bussa alla mia porta per chiedere dei fogli di carta bianca che sa benissimo di poter trovare anche nella stampante al piano di sopra.
Inoltre mangia i muffins che gli preparo. E se ogni tanto escono bruciacchiati dal forno, me lo fa notare con delicatezza, non prima di avergli dato il secondo morso, come per conferma. Guarda la tv con la bocca aperta. Ne guarda tanta se non nascondo il telecomando.
In compenso all’aperto ci passerebbe delle ore. Ho sempre fatto fatica a riportarlo a casa e visto che non posso trascinarlo per le orecchie preferisco portarmi dietro i muffins da sgranocchiare ora che il tempo permette di stare fuori.
Più che un classico bambino di otto anni. Non ci vedo ‘ste strangerie che di solito caratterizzano i bimbi Americani.
Troppi film?

Oggi stavamo giocando dietro casa, sembrava estate ed eravamo scalzi sul prato (quello seminato qualche settimana fa e già diventato tappeto). Allenamento di lacrosse per lui, un po’ di sano movimento per me.
Ci stavamo divertendo e pure i cani correvano all’impazzata tra giardino e spiaggia. Poco più tardi decisi di fare una pausa e rientrare a prendere due gelati, ma per qualche strana inflessione della mia pronuncia -cruda, crudissima-
ci siamo intesi male
ed ha capito che gli stessi proponendo di rientrare in casa

a fare degli origami,

così all’istante ha lasciato a terra palla e racchetta urlando più che di gioia
OOOOOOH LET’S GO C’MON BABY!!!!
E ci stavano tutti e quattro, quei punti esclamativi.

Non ci sono aggettivi per lui, non si può descrivere un non-stereotipo.
Odia pure i fast food e la gelatina alla frutta.