Terzo giorno di dopolavoro

Che dopolavoro? Di che sto parlando? Clic qui.

L’unico modo per dimenticare un giorno libero improduttivo è indossare gli stessi identici vestiti del giorno in questione, preparare un’abbondante colazione e ricominciare. Il giorno dopo, intendo.
Se poi il giorno improduttivo l’hai passato orientandoti tra bagno e cucina, in 20 metri quadri, tra libri, internet, i peli del gatto da pulire e un telefono che ha smesso di suonare dopo la prima chiamata delle sette di mattina, allora sarà più facile rimettersi addosso il maglione di ciniglia color salmone e i jeans dalle ginocchia molli.
Ora, io non vorrei apparire come una che ha rimpianti nel non fare niente soltanto a niente compiuto, ma io quel maglione l’ho rimesso addosso stamattina e giuro non aveva odore. Come appena lavato.

Sono uscita di casa asciutta e senza cappotto, torno bagnata di pioggia, quella fina e poco tagliente che cade soltanto nel centro storico di Roma. Il portatile sotto il braccio, un pranzo da mangiare camminando e un astuccio di colori in tasca. Sono giorni che faccio le cose giuste nei posti potenzialmente spagliati.

Secondo giorno di dopolavoro

Mi riposo e rigiro i piedi bianchi nella bacinella piena d’acqua tiepida. Sta iniziando a fare freddo. Freddo che non è fresco, quindi lo sento nonostante i due maglioni e i calzini di lana blu. Oggi mi rigiro a casa con gli stessi ritmi del gatto che abita con me, decido piano le cose fare e cosa guardare, decido perfino di non annaffiare le fragole fuori, che siamo a novembre, che le annaffio a fare anche se fioriscono? Pure il limone ha messo su le gemme. Non capisco che cosa sta facendo la natura sul mio balcone.
Torno dentro, accendo la stufetta, esco dal pigiama, entro nei pantaloni neri. Mi aspettano dall’altra parte della città, che ho pagato l’abbonamento e non mi alleno da due settimane.

Primo giorno di dopolavoro

Lo chiamo dopolavoro, che non è quello dove si va quando si finisce di lavorare, nel mio caso. Il dopolavoro, per come lo intendo io qui, è quello che ti fanno fare e non puoi dire di no.
Allora oggi era il mio primo giorno di dopolavoro, mi ci ha mandato l’azienda per la quale lavoro e dovevo coprire circa dieci ore.
Sono ancora qui che contino a coprirle.
Mi hanno permesso di portarmi dietro il portatile e continuare a lavorare ai progetti in sospeso, nel frattempo.
Allora sono qui, che mi guardo attorno, aspetto che entrino i clienti in questo negozietto e nel frattempo mando mail, progetto etichette, chiamo i fornitori per gli appuntamenti, giustifico la mia voce rauca e dal naso tappato con “ma sì è l’autunno, stai un attimo ad arrivare ai 38… come, anni? No, dico, gradi.”

7Ottobre

La casa in cui vivo sta per compiere due anni. Due anni con me dentro e cinquant’anni alle sue spalle di questi ultimi. Sono entrata qui con una valigia, svariate borse della spesa piene di vestiti e una lavatrice usata. Due giorni fa quella stessa lavatrice, in fase di centrifuga, ha perso una vite che mi ha fatto passare le ultime ore libere di una giornata piena di carte e telefonate aziendali piegata sotto il mobile della cucina, ad asciugare pozze di acqua e sapone. L’ho ricomprata, ho contato otto banconote lisce tirate fuori da sotto i maglioni piegati e le ho consegnate nelle mani di chi aveva trasportato quei 70 chili di cestello e ferro su per tre rampe di scale.
L’abbiamo aspettata mentre il caffè iniziava a bollire, ci siamo sentiti in imbarazzo di fronte al cambio nuovo-usato e mi è dispiaciuto vedere andare via quel parallelepipedo bianco che ha lavato le mie mutande, lenzuola, maglioni, indistintamente e senza preferenze. Due tasti: programma lento o veloce, che vuoi? Lento, bene, avrò finito per quando tornerai a casa. Veloce? Se non torni ti ammuffisco il carico, stàttenta.
Poi, in realtà quella nuova è uguale alla vecchia, fa solo un po’ meno rumore, non cammina in giro per la stanza quando fa al centrifuga ed è bello ritrovarla nel suo angolo, dove è attaccata, anche a fine lavaggio.

1Ottobre

Il mio giorno preferito è sempre stato il primo di ottobre, novembre, dicembre e così via avanti, da quando alle elementari il primo di ogni mese cambiava il menù della mensa scolastica (e la passata di verdure lasciava il posto ad una succulenta pizza-materasso o, a sorpresa, a qualcosa di ben peggiore come il purè di patate. Ma non capitava spesso, circa verso maggio, quindi bene).
Più o meno adesso sono sedici anni che ho finito le elementari, e tuttora guardo con impazienza il calendario una volta superata la seconda settimana del mese. Non so perché, mi fa sentire come se ci fosse ancora speranza di ricevere la una fetta di pizza-materasso invece della solita brodaglia.