Settimo giorno di dopolavoro

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Siano bensvegliati, i farmacisti.

Che possa la loro ciotola di mattina essere piena di cereali croccanti
e latte appena munto, anche in città.
E per gli allergici al lattosio:
campi di soia a perdita d’occhio,
che sono belli anche soltanto da vedere.

Siano bensalutati, i farmacisti,

che vanno oltre i dottori:
per dovere istruiti.
Danno consigli,
per volere informati.
Sorvolano le ricette dimenticate degli sbadati come me,
regalano campioncini,
si possono permettere le simpatie e le antipatie per i farmaci da banco.

Siano i bentornati i farmacisti,
sempre.
Non come i medici,
solo quando servono.

Sesto giorno di dopolavoro

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Quel mattino che appena svegli:

“senti che miagola?”

“miagola” risposi,

“che malinconia”

e mi venne da avvolgermi in tutte le coperte del mondo

con i mobili, i balconi, le giostre

gatto incluso,

ma rimasi li, un piede fuori – il resto al sicuro,

che malinconia.

Quinto giorno di dopolavoro

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Conosco poeti

che fanno poesia mentre guidano

gente pericolosa,

per fortuna non scrivono che al rosso

e io, pericolosa per osmosi

smentisco ogni legge fisica

andando in ebollizione a 38 gradi.

Quarto giorno di dopolavoro

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A volte cinque ore durano più di ventiquattro. Inizia a far freddo nel negozio dove mi hanno chiesto di sostituire una collega in ferie. Sono arrivate le spezie nelle boccette di vetro, delle marmellate, alcuni vini Siciliani. Ho passato mezz’ora buona a studiare le tabelle nutrizionali dietro le bottiglie dell’olio, da qualche settimana devo fare i conti con la legge perfino per assegnare i colori alle etichette che disegno.
Quindi, oggi il dopolavoro consiste nel non fermarsi nè davanti le scatole piene di spezie -che non so più su quale scaffale piazzare- né davanti le tabelle nutrizionali degli oli. Chi si ferma è gelato.

Terzo giorno di dopolavoro

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L’unico modo per dimenticare un giorno libero improduttivo è indossare gli stessi identici vestiti del giorno in questione, preparare un’abbondante colazione e ricominciare. Il giorno dopo, intendo.
Se poi il giorno improduttivo l’hai passato orientandoti tra bagno e cucina, in 20 metri quadri, tra libri, internet, i peli del gatto da pulire e un telefono che ha smesso di suonare dopo la prima chiamata delle sette di mattina, allora sarà più facile rimettersi addosso il maglione di ciniglia color salmone e i jeans dalle ginocchia molli.
Ora, io non vorrei apparire come una che ha rimpianti nel non fare niente soltanto a niente compiuto, ma io quel maglione l’ho rimesso addosso stamattina e giuro non aveva odore. Come appena lavato.

Sono uscita di casa asciutta e senza cappotto, torno bagnata di pioggia, quella fina e poco tagliente che cade soltanto nel centro storico di Roma. Il portatile sotto il braccio, un pranzo da mangiare camminando e un astuccio di colori in tasca. Sono giorni che faccio le cose giuste nei posti potenzialmente spagliati.