Dodicesimo (e penultimo) giorno di dopolavoro

Sto pianificando le mie vacanze che inizieranno il primo giorno dell’anno. Dico, non le ho scelte io, non ho deciso il periodo in cui andare in ferie e per non farmi il fegato amaro sul perchè io non possa scegliere quando riposare la mia testa, almeno per una volta all’anno, ho deciso che le sfrutterò al massimo queste ferie forzate, viaggiando.
Adesso, io non sono una persona da viaggio organizzato, da villaggio, da volo intercontinentale pur-di-andare-al-caldo. Per me le stagioni possono anche restare come sono, caldo caldissimo in estate, freddo freddissimo in inverno. Non mi piacciono i pacchetti all inclusive, le promesse dei comfort, i voli inclusi e quelli non inclusi, non vado pazza per l’odore che hanno le saponette negli hotel. Non mi piace viaggiare in gruppo, o almeno l’ho fatto e non mi ricordo che quella sera che abbiamo mangiato la wiener schnitzel (con patate) da asporto  sul balcone di un minuscolo appartamento. Quindi viaggio da sola.

Me ne andrei volentieri all’estero, ma tutto l’estero che mi viene in mente il primo di gennaio sarà sommerso o di neve o di turisti.

Undicesimo giorno di dopolavoro

Oggi non so se ho lavorato. Sono uscita, ho guidato fino al posto dove lavoro, ho fatto le cose che faccio quando lavoro, sono tornata indietro. Non so se ho lavorato, nome ne sono accorta.

Decimo giorno di dopolavoro (con invito)

Che dopolavoro? Di che sto parlando? Clic qui.

Sono ancora qui?
Dieci giorni che parlo di cose che accadono attorno, ancora trenta e potrebbe sembrare a tutti gli effetti una quarantena, con tutta la febbre e la tosse e raffreddore in allegato.
Domani la volete vedere una persona sana, ma sana per davvero? Una che non starnutisce più né guarda con occhi lucidi chiunque? Non so, se siete a Roma mi trovate in via dei Coronari dalle 17 fino a chissà che ora, per un evento con tarallucci e vino. Non si paga, al massimo si chiacchiera con me o i mei colleghi. Non so se è allettante come l’ho buttata giù, ad ogni modo ora lo sapete.

Per qualsiasi informazione sui tarallucci e vino:    oceanoindiscesa@gmail.com
per le cose più importanti:    oceanoinsalita@gmail.com

Nono giorno di dopolavoro (momento nostalgia)

[Da leggere ascoltando “At Last, Sunrise” di Maree Docia, possibilmente]

Ho sempre voluto vivere in città,
fin da quando, all’età di sei anni, mi hanno trapiantata dalla capitale di uno stato estero in un paesino di mille abitanti. Ci siamo trasferiti, intendo.
Son tanti, mille abitanti, dico tutti riuniti in piazza.
Inspiegabilmente la mia attrazione per le città è sempre stata forte e abbastanza invadente da invadere le opinioni altrui. Non che abbia grandi ricordi della metropoli in cui sono nata, sentivo che mi mancavano le persone intorno, il caos quello dei film, le luci delle macchine, degli aerei e c’era questa cosa che spesso ho minacciato i miei parenti di andare a vivere sotto il cespuglio tra la chiesa e il comune, nella piazza del paese.
Non c’era granché da fare in quelle campagne, soprattutto in inverno. Campi di granturco a perdita d’occhio dietro casa e strade che portano ad altri campi di granturco. Poi l’ho quasi fatto una volta, mi sono preparata lo zaino con un maglione e due paia di mutande e sono uscita in direzione della piazza sbattendo tre porte di seguito: quella della camera, dell’entrata e il cancelletto in ferro battuto in cortile.
Mamma è venuta a recuperarmi prima che arrivassi alla fine della via, chiedendosi ad alta voce e con le lacrime agli occhi cosa avesse sbagliato con me. Siamo tornate indietro piangendo entrambe, mi ha promesso che avrei avuto la città. Era l’estate dei miei nove anni e si gelava.
Ora la città l’ho avuta. Mi verrebbe da dire che l’abbiamo avuta tutti, tranne quelli che la promettevano.

(Mamma, se leggi, sappi che mi mancano i campi di granturco e il modo in cui mi acciuffavi per le orecchie)

Ottavo giorno di dopolavoro

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Devo proprio dirlo,
con me i venditori ambulanti non attecchiscono. Non ho mai comprato alcun occhiale da sole in spiaggia, mai un bastone per i selfie nelle piazze o dagli Africani con i braccialettini di filo colorato. Soltanto una volta me ne legarono un paio al polso, non volevamo mica, io e l’amica con la quale stavo camminando quel giorno per il centro. Regalo, regalo, ha detto lui tutto roco e contento, fortuna, fortuna, vai, e siamo andate.
Allora oggi che continuo con i miei giorni di sostituta in negozio, è entrato in negozio Salì, che è un’Indiano tanto simpatico. Lo incrocio spesso su Corso Vittorio, mai salutato, perché non è che adesso si salutano tutti quelli che incroci più di tre volte in un mese. Sempre allegro Salì, vende pashmina, sciarpina, guantina.
Praticamente ha scavalcato con una falciata di denti bianchi il mio “no non compro niente”, è entrato in negozio e mi ha venduto una sciarpa, con quella sua allegria. Una sciarpa bianca avorio, poi, mica una a caso! A me che il bianco proprio, no. Bella però, eh.