Nono giorno di dopolavoro (momento nostalgia)

[Da leggere ascoltando “At Last, Sunrise” di Maree Docia, possibilmente]

Ho sempre voluto vivere in città,
fin da quando, all’età di sei anni, mi hanno trapiantata dalla capitale di uno stato estero in un paesino di mille abitanti. Ci siamo trasferiti, intendo.
Son tanti, mille abitanti, dico tutti riuniti in piazza.
Inspiegabilmente la mia attrazione per le città è sempre stata forte e abbastanza invadente da invadere le opinioni altrui. Non che abbia grandi ricordi della metropoli in cui sono nata, sentivo che mi mancavano le persone intorno, il caos quello dei film, le luci delle macchine, degli aerei e c’era questa cosa che spesso ho minacciato i miei parenti di andare a vivere sotto il cespuglio tra la chiesa e il comune, nella piazza del paese.
Non c’era granché da fare in quelle campagne, soprattutto in inverno. Campi di granturco a perdita d’occhio dietro casa e strade che portano ad altri campi di granturco. Poi l’ho quasi fatto una volta, mi sono preparata lo zaino con un maglione e due paia di mutande e sono uscita in direzione della piazza sbattendo tre porte di seguito: quella della camera, dell’entrata e il cancelletto in ferro battuto in cortile.
Mamma è venuta a recuperarmi prima che arrivassi alla fine della via, chiedendosi ad alta voce e con le lacrime agli occhi cosa avesse sbagliato con me. Siamo tornate indietro piangendo entrambe, mi ha promesso che avrei avuto la città. Era l’estate dei miei nove anni e si gelava.
Ora la città l’ho avuta. Mi verrebbe da dire che l’abbiamo avuta tutti, tranne quelli che la promettevano.

(Mamma, se leggi, sappi che mi mancano i campi di granturco e il modo in cui mi acciuffavi per le orecchie)

Ottavo giorno di dopolavoro

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Devo proprio dirlo,
con me i venditori ambulanti non attecchiscono. Non ho mai comprato alcun occhiale da sole in spiaggia, mai un bastone per i selfie nelle piazze o dagli Africani con i braccialettini di filo colorato. Soltanto una volta me ne legarono un paio al polso, non volevamo mica, io e l’amica con la quale stavo camminando quel giorno per il centro. Regalo, regalo, ha detto lui tutto roco e contento, fortuna, fortuna, vai, e siamo andate.
Allora oggi che continuo con i miei giorni di sostituta in negozio, è entrato in negozio Salì, che è un’Indiano tanto simpatico. Lo incrocio spesso su Corso Vittorio, mai salutato, perché non è che adesso si salutano tutti quelli che incroci più di tre volte in un mese. Sempre allegro Salì, vende pashmina, sciarpina, guantina.
Praticamente ha scavalcato con una falciata di denti bianchi il mio “no non compro niente”, è entrato in negozio e mi ha venduto una sciarpa, con quella sua allegria. Una sciarpa bianca avorio, poi, mica una a caso! A me che il bianco proprio, no. Bella però, eh.

Settimo giorno di dopolavoro

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Siano bensvegliati, i farmacisti.

Che possa la loro ciotola di mattina essere piena di cereali croccanti
e latte appena munto, anche in città.
E per gli allergici al lattosio:
campi di soia a perdita d’occhio,
che sono belli anche soltanto da vedere.

Siano bensalutati, i farmacisti,

che vanno oltre i dottori:
per dovere istruiti.
Danno consigli,
per volere informati.
Sorvolano le ricette dimenticate degli sbadati come me,
regalano campioncini,
si possono permettere le simpatie e le antipatie per i farmaci da banco.

Siano i bentornati i farmacisti,
sempre.
Non come i medici,
solo quando servono.

Sesto giorno di dopolavoro

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Quel mattino che appena svegli:

“senti che miagola?”

“miagola” risposi,

“che malinconia”

e mi venne da avvolgermi in tutte le coperte del mondo

con i mobili, i balconi, le giostre

gatto incluso,

ma rimasi li, un piede fuori – il resto al sicuro,

che malinconia.