Logo

La mia salute che saluta

L’altro giorno mi sono svegliata e avevo la sensazione che si ha quando ci si sta ammalando. In cucina ho preparato il tè, aperto l’ultimo pandoro della scorta di Natale, dato da mangiare a Era, che è il mio gatto maschio con il nome da femmina, e poi come previsto mi sono ammalata.
Allora ieri che era mercoledì e il mercoledì è un giorno di lavori belli e anche di allenamento in teatro, poi magari ne parlo più avanti, insomma ieri non ho potuto fare niente altro che alzarmi e fare le stesse cose del giorno precedente: il tè, tagliare un’altra fetta di pandoro, dare da mangiare al gatto, più volte e non nello stesso ordine. Mi sono un po’ seccata pure, ho chiamato un amico, mia madre, mia sorella, li ho infastiditi per un po’ perchè i malati questo devono fare di diritto e poi ho spento il telefono perché non volevo più essere disturbata.
Poi ad un certo punto è arrivato Adriano, che è l’operaio che un anno fa mi ha aiutato a ricostruire casa mia, che se non era per me cadeva a pezzi (e se non era per lui, cadevo a pezzi io sicuro), e mi ha chiesto se volevo andare al volo con lui a prendere un suo collega operaio a Monte dell’Ara. Non sto molto bene oggi, gli ho risposto, dove sta Monte dell’Ara? Valle Santa, ha detto, si sta bene lì, che ci sono le mucche, e a me è sembrata una conversazione che avrebbe potuto avere senso solo se nell’immediato avessi messo le scarpe e il cappotto e fossi partita con Adriano verso Monte dell’Ara o Valle Santa che sia.
Con la nausea da pandoro ho messo le scarpe, il cappotto sul pigiama e sono scesa giù dal mio terzo piano infetto di bacilli e di bucce di zenzero nel lavello.
Siamo arrivati in un’ora, raggirando Roma lungo in Raccordo. Non c’erano le mucche ma ad un certo punto ho visto degli asini attraversare la strada, subito dopo aver imboccato l’uscita per Casalotti.
Non so a cosa mi è servito andare con Adriano a Monte dell’Ara. Abbiamo recuperato l’operaio e sulla strada di ritorno pensavo, mi dicevo, “ho fatto una cosa che non è servita a nessuno, nemmeno a me”, la febbre non scendeva, non avevo nemmeno messo in tasca le chiavi di casa, quando abbiamo fatto dietrofront, le avevo ancora nella mano destra. Non ero nemmeno scesa dalla macchina e me ne compiacevo quasi, di tutta quella inutilità che non avrei dovuto nemmeno giustificare.
Ad un certo punto ho rovinato la magia, poco prima di rientrare sul Raccordo verso Roma, sulla strada c’era uno di quegli spazi dove vendono statue di marmo in cemento e casse di arance a poco. C’erano le arance a cinque euro a cassa, le clementine a tre. Non so, pure in Friuli, sulla statale Udine-Portogruaro, da almeno dieci anni fanno sempre l’abbinamento statue-agrumi, i venditori con il camioncino sul ciglio della strada. Dev’essere uno standard, come il prosciutto e melone, per esempio.
Ora che è giovedì e sono appena tornata a casa da lavoro, sento la febbre avanzare a ondate, sulla sedia di fronte dorme Era, affianco c’è la cassa da almeno dieci chili di mandarini. Io un po’ ne ho portati alla collega, questa mattina, un po’ ne ho confezionati e regalati ai vicini di casa, gli altri non so, ci penso, che fatica. Mi viene un mal di testa a pensare, con questa febbre, con questi mandarini da mangiare in fretta, prima che si ammacchino da soli.