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Era troppo comoda la vita in Italia? Meglio scappare. dietro l'Oceano, dove nessuno mi può immaginare.

7Ottobre

La casa in cui vivo sta per compiere due anni. Due anni con me dentro e cinquant’anni alle sue spalle di questi ultimi. Sono entrata qui con una valigia, svariate borse della spesa piene di vestiti e una lavatrice usata. Due giorni fa quella stessa lavatrice, in fase di centrifuga, ha perso una vite che mi ha fatto passare le ultime ore libere di una giornata piena di carte e telefonate aziendali piegata sotto il mobile della cucina, ad asciugare pozze di acqua e sapone. L’ho ricomprata, ho contato otto banconote lisce tirate fuori da sotto i maglioni piegati e le ho consegnate nelle mani di chi aveva trasportato quei 70 chili di cestello e ferro su per tre rampe di scale.
L’abbiamo aspettata mentre il caffè iniziava a bollire, ci siamo sentiti in imbarazzo di fronte al cambio nuovo-usato e mi è dispiaciuto vedere andare via quel parallelepipedo bianco che ha lavato le mie mutande, lenzuola, maglioni, indistintamente e senza preferenze. Due tasti: programma lento o veloce, che vuoi? Lento, bene, avrò finito per quando tornerai a casa. Veloce? Se non torni ti ammuffisco il carico, stàttenta.
Poi, in realtà quella nuova è uguale alla vecchia, fa solo un po’ meno rumore, non cammina in giro per la stanza quando fa al centrifuga ed è bello ritrovarla nel suo angolo, dove è attaccata, anche a fine lavaggio.

1Ottobre

Il mio giorno preferito è sempre stato il primo di ottobre, novembre, dicembre e così via avanti, da quando alle elementari il primo di ogni mese cambiava il menù della mensa scolastica (e la passata di verdure lasciava il posto ad una succulenta pizza-materasso o, a sorpresa, a qualcosa di ben peggiore come il purè di patate. Ma non capitava spesso, circa verso maggio, quindi bene).
Più o meno adesso sono sedici anni che ho finito le elementari, e tuttora guardo con impazienza il calendario una volta superata la seconda settimana del mese. Non so perché, mi fa sentire come se ci fosse ancora speranza di ricevere la una fetta di pizza-materasso invece della solita brodaglia.

Uno bravo

Ci stava un uomo a Torino questa mattina, barricato in casa, uusciva solo in balcone per controllare che sia ancora giorno o notte. Palazzina alta, centinaia di occhi lo scrutano da sotto, lui al quinto piano in camicia e mutande, come le migliori reclute della nonchalance, mani sui fianchi.
Non leggo mai il giornale quando faccio colazione, non apro video, non cerco news online, sono un corpo inerme fino alla fine della prima ora da sveglia. Me ne sto al tavolo, con la tazza di tè o caffè, quel che capita, parlatemi pure tanto non sento, ascolto però. E sono meglio di quelli che la mattina No non mi dite niente che vi mangio. Se mi sforzo sono pure di compagnia.
Allora oggi, invece, mi sono svegliata e fuori c’era così tanta luce che ho fatto fatica a trovare con la mano il telefono sul comodino. In realtà ho fatto fatica a trovare il comodino, che stavo sottosopra, la testa a ovest, i piedi a penzoloni. Deve essere successo qualcosa di straordinario al mio corpo stanotte, ho pensato, per aver assunto quella posa lí, tutta di sbieco, che poi davanti lo specchio mi sono vista e avevo una spalla più alta e una più bassa, un occhio più grande dell’altro e le righe del cuscino sulle clavicole. Ecco, io le ho lette le notizie oggi, perché su Repubblica c’erano delle foto bellissime e stavano proprio sulla prima pagina del meteo che ormai in automatico apro appena scollo le palpebre tra loro. Non so a che mi serve sapere che tempo farà, che tanto ho la bici o al massimo i piedi per spostarmi, non cambia niente. Insomma, c’erano queste foto di un uomo sul proprio balcone, ma delle foto che sembravano le prove di fotografia di un film drammatico americano, di un colore così contrastato, una profondità di campo alla Orson Welles in Citizen Kane, i brividi mi sono venuti. Lui che in mutande e canotta buttava giù secchiate di roba, carte, ciabatte, padelle, un forno. Quelli sotto che iniziavano le dirette video, lui che ne aveva una tutta sua, i carabinieri sul terrazzino di sotto. Un reality show tutto vero.
Aveva da dire l’uomo, della mafia, degli amici non amici, di cose che io non so nemmeno perché ci devo pensare, a queste cose, che tra mezz’ora devo andare a lavoro. Mi dispiace per l’acquario, finito pure lui sotto, con acqua e pesci, scaraventato giù sull’asfalto. Poveri pesci.
Io vorrei tantissimo sapere chi ha messo questo articolo sulla pagina del meteo, come inserzione dico. Perché ci hanno preso quelli di Repubblica secondo me, con il fotografo. È proprio un bravo fotografo.

La mia salute che saluta

L’altro giorno mi sono svegliata e avevo la sensazione che si ha quando ci si sta ammalando. In cucina ho preparato il tè, aperto l’ultimo pandoro della scorta di Natale, dato da mangiare a Era, che è il mio gatto maschio con il nome da femmina, e poi come previsto mi sono ammalata.
Allora ieri che era mercoledì e il mercoledì è un giorno di lavori belli e anche di allenamento in teatro, poi magari ne parlo più avanti, insomma ieri non ho potuto fare niente altro che alzarmi e fare le stesse cose del giorno precedente: il tè, tagliare un’altra fetta di pandoro, dare da mangiare al gatto, più volte e non nello stesso ordine. Mi sono un po’ seccata pure, ho chiamato un amico, mia madre, mia sorella, li ho infastiditi per un po’ perchè i malati questo devono fare di diritto e poi ho spento il telefono perché non volevo più essere disturbata.
Poi ad un certo punto è arrivato Adriano, che è l’operaio che un anno fa mi ha aiutato a ricostruire casa mia, che se non era per me cadeva a pezzi (e se non era per lui, cadevo a pezzi io sicuro), e mi ha chiesto se volevo andare al volo con lui a prendere un suo collega operaio a Monte dell’Ara. Non sto molto bene oggi, gli ho risposto, dove sta Monte dell’Ara? Valle Santa, ha detto, si sta bene lì, che ci sono le mucche, e a me è sembrata una conversazione che avrebbe potuto avere senso solo se nell’immediato avessi messo le scarpe e il cappotto e fossi partita con Adriano verso Monte dell’Ara o Valle Santa che sia.
Con la nausea da pandoro ho messo le scarpe, il cappotto sul pigiama e sono scesa giù dal mio terzo piano infetto di bacilli e di bucce di zenzero nel lavello.
Siamo arrivati in un’ora, raggirando Roma lungo in Raccordo. Non c’erano le mucche ma ad un certo punto ho visto degli asini attraversare la strada, subito dopo aver imboccato l’uscita per Casalotti.
Non so a cosa mi è servito andare con Adriano a Monte dell’Ara. Abbiamo recuperato l’operaio e sulla strada di ritorno pensavo, mi dicevo, “ho fatto una cosa che non è servita a nessuno, nemmeno a me”, la febbre non scendeva, non avevo nemmeno messo in tasca le chiavi di casa, quando abbiamo fatto dietrofront, le avevo ancora nella mano destra. Non ero nemmeno scesa dalla macchina e me ne compiacevo quasi, di tutta quella inutilità che non avrei dovuto nemmeno giustificare.
Ad un certo punto ho rovinato la magia, poco prima di rientrare sul Raccordo verso Roma, sulla strada c’era uno di quegli spazi dove vendono statue di marmo in cemento e casse di arance a poco. C’erano le arance a cinque euro a cassa, le clementine a tre. Non so, pure in Friuli, sulla statale Udine-Portogruaro, da almeno dieci anni fanno sempre l’abbinamento statue-agrumi, i venditori con il camioncino sul ciglio della strada. Dev’essere uno standard, come il prosciutto e melone, per esempio.
Ora che è giovedì e sono appena tornata a casa da lavoro, sento la febbre avanzare a ondate, sulla sedia di fronte dorme Era, affianco c’è la cassa da almeno dieci chili di mandarini. Io un po’ ne ho portati alla collega, questa mattina, un po’ ne ho confezionati e regalati ai vicini di casa, gli altri non so, ci penso, che fatica. Mi viene un mal di testa a pensare, con questa febbre, con questi mandarini da mangiare in fretta, prima che si ammacchino da soli.