86* / quel che rimane di New York

Quella volta che siamo stati fuori per tutta la notte, pascolando tra le vie di Noho, Chinatown, finendo ad ordinare per obbligo qualcosa da bere in un locale.
Ventun’anni? Si, certo, anche ventidue. Ma il passaporto, la patente, un tesserino identificativo non te lo porti dietro, ragazza?

Abbiamo girato una ruota della fortuna davanti ad un karaoke Coreano, era ancora estate.
Ci siamo addormentati davanti ai ramen, abbiamo sbagliato fermata almeno una decina di volte, ma siamo tornati lì dove avevamo bagagli e cuscini.
Il giorno dopo abbiamo perfino deciso di perderci, ognuno per conto proprio. Chi dallo zoo è passato a Broadway, chi si è spinto verso il New Jersey.
Un po’ come quando sei in Carnia, non vorrai fermarti ai pascoli delle mucche? Un piede oltre il cartello AUSTRIA si mette sempre.
Un po’ come nel sud della Georgia, vuoi non respirare un po’ di Florida, un po’ di estate in qualsiasi mese?

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Chi ti trova più se ti perdi a guardare in alto, sulla trentesima?
La combinazione letale potrebbe essere invece rimanere qui ancora un po’. Oltre il limite di dodici mesi stabilito.
Ogni giorno nel perdersi voluto, fino ad ignorare completamente i grattacieli che fanno da famiglia a chiunque, sarebbe così, vivere qui?

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Ieri avevo un programma. Non ne faccio spesso, ma ora che l’estate sulla Long Island sta finendo, mi sono accorta di non aver fatto ciò che faccio in ogni posto in cui mi fermo per più di un paio di giorni.
Ho così preparato la bici e della frutta la sera prima, impostato la sveglia alle 4 a.m. e stesa sul letto in pigiama e tazza di tè accanto.

Il sole sarebbe sorto alle cinque. Avrei giusto fatto in tempo a percorrere le dieci miglia fino alla Dune Road e stendere una coperta sull’erba davanti all’Oceano, per vedere la mattina arrivare.

Peccato non sia riuscita ad addormentarmi prima dell’una.
Alle quattro ho rinviato la sveglia ed alle quatto e dieci l’ho rifatto ancora. Alle sei e quaranta aro ancora a letto, ho aperto gli occhi e mi sono sentita proprio infelice, accidenti.
Non progetto nulla da otto mesi, che non sia la colazione del giorno stesso, qualche minuto prima, questa volta avevo organizzato tutto e mi impedivo da sola di alzarmi. Volevo, ma il mio corpo era contrario.
Trascinarmi il senso di infelicità dal letto alla cucina, non me la sono neanche presa con gli avanzi di sushi trovati sul tavolo. Ero in casa ieri sera e non mi avete nemmeno chiamata per cenare insieme a voi. Alla faccia della famiglia.

Ecco, in realtà sì me la sono presa, ma solo perchè i pezzi di sushi avanzati era proprio i miei preferiti. Quasi non aveste voluto fare rumore a bussare alla mia porta, a “disturbarmi”. Doppia sconfitta per me, e non erano nemmeno le sette, l’ora del latte che bussa alla porta.
Avrei iniziato a lavorare poco prima del tramonto, potevo così tranquillamente decidere di godermi il sole da qualsiasi parte dell’isola -che tra l’altro quel giorno era coperto da nuvoloni color lavanda- o starmene a casa a finire Stephen Crane mangiando gli avanzi-preferiti.

Ho invece preso la macchina, allacciato la cintura, incrociato le dita nella speranza di non perdere ancora una volta pezzi di motore o ruote
e sono partita verso l’Incrocio.

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L’Incrocio è il posto nel quale se giri a destra la strada porta verso la spiaggia, l’Oceano, il Caffè-Panetteria, la fine dell’Isola, prendendo la sinistra invece si arriva a New York. In tre ore. Nel bel mezzo si trova di tutto e di più, compresi Oceano, spiagge e Bar. Di solito per non avere troppo imbarazzo della scelta preferisco dirigermi verso la fine dell’isola.
Quel giorno invece ho virato in direzione New York e dopo un paio di miglia ero già ferma davanti alla stazione dei treni. Al Trackside Cafè.
Di solito le cucine trafficate nei locali mettono fretta, oltre che mal di stomaco, al cliente. Non funziona così al Cafè di fronte alla ferrovia.
Ci sono almeno cinque dipendenti, tutti indipendenti al lavoro, quasi fossero in proprio, quasi non avessero un domani. E farsi servire al tavolo una tazza bianca di caffè aspettando un paio di uova e qualche striscia-fettina di bacon è il miglior inizio di settimana degli ultimi mesi. Ho aperto il mio quaderno degli appunti, iniziato a scarabocchiare qualcosa a penna nera. Poi è arrivata la colazione, ma il burro sul french toast rendeva la sua crosta bollente, così ho aspettato altri dieci minuti, fino a che l’acquolina si è fatta fastidiosa, tra me, le parole che scrivevo e la fame.

Meey lavorà lì, Meey è un nome di fantasia che le ho dato dopo aver scordato per due volte di seguito lo spelling reale.
Dovrebbe suonare qualcosa come “Mii”, con doppia “i”, ma “Meey” ha qualcosa di americano che nemmeno so spiegare. Che forse nemmeno esiste. Ha un accento particolare, lei. Si muove agile tra la cucina a vista del Cafè e con un senso di spigliatezza quasi grezza chiede a chiunque non stia masticando o portando la propria tazza alla bocca “It’s everything okay folks?

Dopo avermi riempito per la terza volta la tazza in mezz’ora,appoggiandosi al bancone con la caffettiera in mano e fissandomi mentre sorseggiavo il caffè bollente, ha detto qualcosa del genere – ovviamente in inglese:
Hey, ma che scrivi così fitto fitto sul tuo dannato quaderno?
Ho così dovuto spiegarle che di solito le cucine trafficate nei locali, a me mettono fretta. Però qui il cibo è buono, la fretta sembra calma ed il fatto che siano tutti in movimento attorno a me, semplicemente fa venire voglia di scrivere.
Anzi, tutto questo traffico mi fa venire voglia di imprimerlo su carta.
Lei ha sospirato, come rassegnata, ha preso una penna dal portaoggetti sul bancone e mi ha scarabocchiato il suo numero -niente nome- sull’angolo del mio quaderno a righe.
– Sta sera finisco alle sei, chiamami che si cena insieme – ha detto scrollando le spalle.