Archivio mensile:febbraio 2016

L’avanzo del davanzale (parte 1)

Ho sempre voluto una pianta mia. Diciamo da quando mi sono resa conto che non solo le pareti si potevano riempire di cose belle, ma pure i davanzali. Allora quando sono arrivata a Roma la prima volta, io non ce l’avevo un davanzale, avevo però delle pareti ed una muffa enorme che occupava tutto l’angolo. Così ho ritagliato un centinaio di cerchi da della carta da pacchi trovata in svendita al mercato, li ho divisi a metà e attaccati al muro, semicerchio vicino a semicerchio, coprendo la muffa e gran parte della parete principale. Il risultato è stato strano, la carta si arricciava un po’ quando c’era corrente e il tutto sembrava il fianco di un grande pesce squamato. Il secondo anno invece, non avevo nemmeno delle pareti tutte mie, perché condividevo la stanza con un’altra persona molto gentile che a sua volta divideva il suo letto con me (e ricordo che si delimitava la metà con un cuscino).

Da novembre ho affittato una stanzetta più alta che lunga. Ha una grande finestra, sproporzionata ma comodissima per la luce che entra anche di notte grazie al lampione alogeno proprio lì davanti, poi c’è un piccolo davanzale e pure dei quadri alle pareti, che non so che quadri siano, ma stanno appesi tutti in un angolo, quello alto accanto il soffitto. Proprio come una muffa, ma decisamente più piacevoli.

Parentesi

A volte mi viene da pensare nella mia prima madrelingua. Mi imbarazza però, mi stranisce pensare in russo, perchè quando me ne accorgo mi sento come se fossi entrata in casa altrui senza bussare o chiedere permesso.
Ultimamente mi capita spesso, comunque, e il motivo è che sto traducendo un romanzo di Aleksandr Skorobogatov, che scrive in russo. Alcune delle parole che usa, soprattutto dentro parentesi, a me verrebbe da estrapolarle fuori dalle parentesi, così, perchè è inutile tenerle lì una volta tradotte in italiano, mi pare. Proprio per una questione di stile (che non so nemmeno che stile debba avere un romanzo con così tante parentesi).
Ad ogni modo molte parole mi rimangono in testa, a forza di rileggerle, e finisce che le inserisco nei pensieri fluidi, quelli italiani, di tutti i giorni.
Un’altra cosa che mi fa strano è parlare di tutto ciò con qualcuno, intendo a voce. Iniziano subito le domande senza punto di domanda come ah, però l’hai imparato bene l’italiano oppure ti mancherà casa tua, ma a me non manca ne casa mia, viso che ho messo piede in italia quando avevo sette anni, né posso rispondere a domande senza punto di domanda. Quindi al massimo ne scrivo.