Archivio mensile:gennaio 2016

Loop

Vietato:

-Accendere la lavatrice prima delle sette di sera
-Uscire di casa lasciando il Wi-Fi acceso
-Non fare niente quando non ci sono clienti in negozio
-Fare finta di fare qualcosa solo per fare qualcosa, quando ci sono clienti in negozio e non sono interessati alla tua assistenza
-Bere caffè dopo le 20
-Bere acqua prima di andare a dormire
-Guardarsi allo specchio con insistenza, quando è una giornata no
-Lasciare i piatti nel lavello quando viene la signora delle pulizie, che si arrabbia
-Lasciare la casa in condizioni pietose, quando viene la signora delle pulizie, che si lamenta
-Rimandare
-Occupare troppo spazio in autobus, in ogni caso
-Promettere puntualità
-Fare la lavatrice a mezzo carico

E poi daccapo.

Nel frattempo

Io se penso che ci stanno pure le tigri

bianche

rosse

tutte a strisce

gli elefanti da una parte

e i lama dall’altra

nella capitale delle capitali.

Se penso a Capannelle e ai suoi cammelli una volta al mese

le scimmie in gabbia e tutte le dita nel naso dei bambini,

nel frattempo.

Quelli che filano lo zucchero e lo rendono più e più volte ancora commestibile

i fiorai che coprono i girasoli a gennaio

le agenzie immobiliari che fioriscono ad ogni angolo

venditori di lucchetti abusivi sui ponti

taxi che con quaranta euro sei a Fiumicino

solo andata

ma hai perso il volo e ti godi il traffico

per forza,

nel frattempo.

Se penso ai mezzi, tutti interi e ripieni di quelli come me

la mattina:

con gli zaini, i telefoni, i calzini usati del giorno prima

e le borse sotto gli occhi con dentro il sonno.

Se vado a capo qui

va bene?

Ci sono queste cose

sopraelencate,

escluso il Va bene

e pure queste:

uomini con le basette lunghe abbastanza

battelli a vapore in umido nel Tevere

le pecore vere e i pastori

veri anche loro

che poi prendono la metro e tornano a casa

a Centocelle

a Spinaceto.

A Lanuvio, a Pavona

che solo io so dove stanno Lanuvio e Pavona

mi pare.

Carrozze a motore dei Fori Imperiali

i cavalli con i paraocchi

sordi

che si dimenticano nelle descrizioni

quando si parla di trasporti:

qui ci stanno.

E comunque non ci sono conseguenze

a scordare le persone,

dispiace solo un po’

stare in una città in cui

a muovere le cose è il turismo

e a bloccarle è il traffico.

Gente ovunque

ma le persone poi

chissà

dove sono?

Se penso a tutte queste cose

cose nei confini della città,

dentro la mutanda della capitale,

mi ci provo ad abituare,

ma finisce che inizia a cominciare il contrario:

inizia lei

la città

me, ad abitare.

Accadeva: 18 anni fa [parte 2]

Mia mamma a quel tempo confondeva le parole in tedesco, io nemmeno lo ricordo più, a distanza di quasi vent’anni. Andavo a scuola in un paese a pochi chilometri da Vienna, imparavo il tedesco come solo i bambini sanno assorbire le lingue e mi dicevano che ero brava, quindi mi sentivo brava.
Avevo i capelli corti. E questa cosa dei capelli è stata una delle prime rassegnazioni.
Prima dei sei anni, ogni volta che superavano la lunghezza giusta per coprire le orecchie, mi venivano di nuovo pareggiati ai soliti tre o quattro centimetri.
Così sono più comodi e puoi correre e non impigliarti da nessuna parte, diceva nonna.
Ma te li taglia con la scodella in testa, tua nonna, i capelli? Chiedeva mamma.
Con i bambini nel cortile continuavamo a giocare nella sabbiera, anche quando scendevo con la riga in mezzo e la frangetta, a disegnare sul cemento con i gessi colorati e certo. Magari prima ti scrutavano, certo, poi comunque ci si andava ad ammaccare le ginocchia insieme nel cortile.
Di giorno c’era sempre qualcosa da fare tra i divani lasciati agli angoli delle strade e poi trasformati in finte barche, il nascondino, le ciliegie mature e le coccinelle nei campi di trifoglio, i pesci tropicali nel piccolo fiume prima della pista degli aerei, le tartarughe nelle gallerie sotto i cavoli verza, cose così.
Ad ogni modo, non ricordo perché, ma nonostante volessi anch’io dei codini, il mio senso polemico pareva ibernato. Mi spingevano, cadevo, mi rialzavo, tornavo a giocare con altri bambini. Non volevo mangiare, finivo lo stesso quello che avevo nel piatto. Non avevo sonno durante il sonnellino pomeridiano all’asilo, rimanevo con gli occhi chiusi il più immobile possibile fino a che non riaccendevano le luci o aprivano le finestre. Lasciavo fare e poi magari piangevo. O anche no.
Ci voleva troppo impegno a contraddire gli altri, con o senza codini, avrei comunque continuato ad arrampicarmi sugli alberi e vedere le bimbe bionde sotto, con le loro nonne intente a rifare ciocca per ciocca il loro patrimonio sotto forma di trecce.

Accadeva: 18 anni fa

A lanciare le pigne nel lago, non sai che cosa vai a intasare – mi diceva.
Confondeva lago con fiume.
E se anche avesse azzeccato la parola giusta avrebbe comunque chiamato fiume un corso d’acqua. Probabilmente avrebbe chiamato fiume pure un canale di scarico. Tuttora penso che la sua fosse una sorta di pigrizia verbale.
Io me ne stavo sull’erba, il piccolo tavolino di plastica bianco sistemato sotto una pianta di rose. Non la toccavo quella pianta, era piena di insetti verdi, tutti appiccicati agli steli, alle foglie. Evitavano solo il fiore, che era giallo. Tuttora se penso alle rose, viene fuori che sto pensano ad un Pantone giallo.

Il giardino era parte della sponda del canale che passava proprio lì. C’era una rete però, a dividermi dall’acqua.
E ci stavano delle papere, spesso con la testa giù, a raschiare il fondo e le zampe all’aria.

Lei le chiamava indaùtki. Da quello che so, anche mia nonna chiamava Indaùtki delle oche reali che tenevamo quando ancora stavamo in Uzbekistan, quindi anche mamma aveva preso a chiamare in quel modo esotico ogni singolo essere dal becco lungo e le zampe palmate.
A volte entravano in qualche modo nel giardino, si stufavano a stare solo nel canale forse. Quando le vedevo dalla finestra della sala scendevo giù di corsa per rincorrerle, finché non prendevano il volo. Erano papere che volavano, non indaùtki, dicevo a mamma. Le indaùtki non volano. E ad ogni modo solo in Austria ho visto volare degli animali così grossi, dei vitelli, dei manzetti erano.

Capitava anche che una di loro, immagino la capo-papera, si voltasse prima con il collo, poi con tutto il corpo, e iniziasse ad inseguirmi. Un cambio di ruolo. Prendevo paura, era raro che attaccassero, ma quando accadeva facevo i giri attorno la pianta di rose, urtavo il tavolino di plastica, scivolavo sull’erba, poi sentivo le ali sbattere, mi giravo e c’erano zampe arancioni ovunque in cielo, tutte ripiegate e nascoste sotto le loro pance piumate. Bolidi marroni e verdi planavano sopra di me per qualche metro e atterravano oltre la rete, nel canale.

[continua]