Archivio mensile:febbraio 2015

Tè al cioccolato

Non bevo latte e non ho un animale domestico. Non posseggo una macchina, un ipad o un computer mio (in realtà ne ho uno, di computer, bellissimo, e pure una tavoletta grafica, ma solo grazie alle coincidenze. Bellissime pure quelle). Poi, non avendo particolari abitudini legate alla routine e, non essendo succube di una vera e propria routine, non avendo a che fare con una solita sveglia (impostata alle sette, o alle sette e mezza, o alle otto meno dieci) da un po’ non [ri]conosco nemmeno ciò che esiste prima delle otto di mattina. Ho trovato un tè buono, ma buono davvero, alla menta e cioccolato, che sembra di avere sotto il naso una tavoletta di fondente, quando lo bevo. In realtà non so se siano foglie, perché in effetti sembrano foglie, a guardarle. Tè nero, menta e foglie di qualcosa come l’albero del cacao? Meh.
Oggi comunque è venerdì, e come ogni venerdì che si rispetti precede il sabato. Domani dovrebbe essere il mio giorno libero e ora, oltre a non avere un cane o gli enzimi giusti per digerire i latticini, non ho nemmeno la certezza di riuscire ad alzarmi dal letto prima delle tre di pomeriggio,visto che la scorsa notte con G. abbiamo lavorato (e dico lavorato perchè effettivamente sono state dodici ore di full immersion, come incantiere) ad un progetto che avrei dovuto consegnare oggi entro mezzogiorno. Ce l’abbiamo fatta, alle sei e mezza mentre fuori albeggiava ho salvato i file, chiuso photoshop e spedito la mail con il tutto.
Poi, una settimana fa ho iniziato a fare qualche turno al mattino in una Boulangerie del centro storico, qui a Roma. In cucina si sfornano pizze bianche, baguette e pani integrali al carbone vegetale o crusca di caffè, si fanno biscotti al tè verde, alla camomilla e torte al gusto di meringa. Adesso che ho imparato a non rompere le giare di vetro, nelle quali riposano in bella vista i biscotti, il proprietario mi lascia e se ne va a dormire dopo aver preparato per tutta la notte brioches e cimbelloni ripieni. Ogni ora esce Lorenzo dalla cucina, sporco di farina in fronte e con le bruciature cicatrizzate o meno sugli avambracci, mi lascia sul bancone di legno pizzette rosse, ciotole con verdure al vapore e, verso pranzo, quelle con la parmigiana e riso. Poi torna di là e sento l’impastatrice entrare infunzione.
I clienti di solito scelgono ciò che vogliono mangiare e si accoccolano nella saletta accanto, si gustano i macarons o i taralli, mangiano un piattino di verze condito con dell’olio della casa, fanno due chiacchiere, sorridono e se ne vanno. Non avrei mai pensato che vendere pane fosse bello almeno quanto avere a che fare con la carta dei libri.
Ci dev’essere per forza un nesso tra la cellulosa e la farina.