Archivio mensile:gennaio 2015

Pubbliche relazioni

Quando sento tutti quei sintomi fastidiosi dell’influenza, di cui gli strani crampi alle falangine delle mani e i giramenti di testa, mi viene voglia di chiedere farmaci in giro per casa, a tutti i coinquilini, pur di non mettermi il cappotto sul pigiama, allacciarmi le scarpe, prendere le chiavi, scendere le scale, girare l’angolo per entrare in farmacia, chiedere qualcosa. Che non so nemmeno cosa voglio, quando sto male.
Chiedo a Daniela, mi consiglia due limoni e del zenzero grattugiato, ma dove lo prendo lo zenzero il martedì dopo pranzo?
Busso alla porta di Giuseppe e non c’è. C’è sua sorella però, ma non l’ho ancora conosciuta.
Davide mi offre una compressa, di quelle solubili, da sciogliere in un bicchiere di acqua, non calda per fortuna.
Sto meglio.
Poi suona il telefono. Rispondo.
– Ciao! Come stai?
– Mi fanno male i polpastelli.
– Ah. Non è che faresti un salto giù in farmacia, che ho di nuovo la schiena a pezzi, proprio non ce la faccio.
Prendo le chiavi, metto le scarpe. Esco.

Roma,
Frammenti di discorsi pescati in giro  [Gennaio 2015]
  • “A me questa cosa che sia l’uomo ad offrire, che proprio si lanci sul bancone con la banconota azzurrina in mano,capisci no, questa cosa non mi è molto chiara. Ho afferrato il concetto storico della cavalleria e quello moderno della sindrome del radical chic educato, ma davvero, i due cornetti, il cappuccino e la spremuta di arance rosse, se permetti, a colazione, me li pagherei anche da me.”
    Tratto da un discorso completo sul bus 32


  • ” … Io in farmacia al Vaticano ci vado perchè lì, in Vaticano, non è che ti fanno pagare l’iban, mica.”
    Altri discorsi, incompleti, sul bus 32


  • “Se dormire insieme fosse stato giacere, sarei stato ben più contento…”
    Casa, discorsi oltre il muro 

    [continua]

 

Riflessione

Guardo il soffitto intonacato di bianco mentre l’acqua della doccia mi scorre sul viso, arriva allo scarico e forma un mulinello ai miei piedi. Chissà che mi aspettavo? Che ogni giorno, qui, accadesse qualcosa di straordinario e meraviglioso, che avrebbe meritato anche un solo paragrafo, il cinque di gennaio? No, non è accaduto. Non tutti i giorni accade che meritino memoria. Me ne sto così qualche minuto, a fissare fisso sù, mi giro e lascio che l’acqua diventi da bollente a tiepida, sulla mia testa. Poi la chiudo, mi avvolgo nell’accappatoio e mi preparo ad affrontare la questione è-finita-l’acqua-calda.

Viaggiare su gomma

Questa mattina, che era il quattro di gennaio, sembrava ancora settembre (perché a volte capita che mi sveglio e vedo ancora le foglie che cadono dagli alberi di Viale Angelico, anche se soltanto il giorno prima gli stessi rami erano spogli e magri). Allora ho fatto le solite cose che faccio la mattina, dopo la doccia il tè e pancarrè e dopo il pancarrè la ricerca dei calzini nella stanza ancora buia. Avrei dovuto iniziare il turno in libreria all’una, così avevo tutto il tempo a disposizione alcune commissioni a Trastevere. Forse anche per un arancino, con calma.
Arrivata in piazzale, visto che ogni giorno ormai me ne accade una, anche quest’oggi non mi sono risparmiata la dose di imprevisti, quelli visti con la coda dell’occhio.
La città brulicava di gente, tutti sembravano aver avuto la stessa idea di portare a spasso il proprio cane alle nove e mezza e il 130F non partiva. Sapevo di aver tempo ma iniziavo a spazientirmi per un motivo che non so, forse perché ognuno avevano iniziato a rigirarsi sul posto. Era domenica anche per i motori a quanto pare.
L’autista cercava invano di girare la chiave ma non accadeva nulla. Dieci minuti più tardi ha aperto uno sportello laterale, infilato le mani nelle viscere del mezzo e dopo uno scoppio sospetto, la carcassa dell’autobus, con tutti noi dentro, si è smossa da sola. Deve essersi spaventato chi passava in quel momento, davanti, vedendolo spostarsi e la cabina dell’autista vuota. Quando è risalito a bordo, un suo collega gli ha fatto aprire il finestrino e, battendo la mano sulla spalla, ridendo ha detto qualcosa come torna vincitore. Allora mi è sembrato proprio un bel lavoro quello dell’autista di autobus, che non poteva gestire alcun ritardo, ne suo ne quello di noi seduti sulle seggiole di plastica rossa, eppure aveva questi colleghi che lo auguravano vincitore.
Le commissioni poi non le ho fatte, perché ci siamo messi a parlare, io e lui, mentre guidava. O meglio, lui faceva le domande, sei di Roma, dove stai andando, che cucina ti piace e cose così, e io rispondevo cercando di non perdere il filo. I sampietrini romani sono un bell’ostacolo al dialogo quando si viaggia su gomma, mi ha detto ad un certo punto, quando non si sentiva cosa dicevo per il trum trum. Stavo proprio davanti, appoggiata al vetro perpendicolare del parabrezza, quindi vedevo scorrere la strada dritta quasi sotto i piedi.
Poi non sono scesa dove dovevo scendere, per distrazione forse o forse no, e siamo arrivati fin dopo l’Eur, fino a Spinaceto che è proprio un bel nome per una località che sta in periferia. Abbiamo preso un caffè, fatto riposare l’autobus e chiacchierato del più e del meno. Le mie commissioni erano ormai saltate da un pezzo, avrei avuto giusto il tempo per prendere il treno fino alla città dove lavoro, e nel momento di ripartire c’è stato di nuovo quel problema al motore, così l’autista ha sbuffato togliendosi la giacca di servizio e, arrotolando le maniche del suo maglione rosso, è sceso di nuovo. Fuori era ancora settembre, abbiamo fatto salire gli ultimi due signori e richiuso le porte.
Così è andata questa mattina, giro turistico oltre il raccordo anulare di Roma, caffè incluso.

Al sesso migliore

Questa mattina sull’autobus ho fatto salire una signora con il cappotto scamosciato e le calze di lycra tutte trasparenti e le scarpette nere che sembravano appena lucidate, con quelle strisce che tipo il Brill lascia, se lo si passa di fretta. Un attimo dopo, al mio braccio,  se n’è subito attaccata un’altra, di signora, con degli occhiali a forma gattica, quelli allungati all’insù. Va bene, va bene così, mi ha detto mentre cercavo di farci spazio tra un venditore di borse e le sue sacche e una comitiva di coreani. Allora ho sentito la signora con le calze di lycra strofinarsi le mani e dire, rivolgendosi non a qualcuno in particolare, che  negli anni sessanta a Piazzale Flaminio, dove abitava, non c’erano i termosifoni a gas. Si sono voltate un po’ di facce e occhi assonnati, anche quelli dei coreani, faceva freddo nel 32, sopra le teste di tutti noi sembrava si fosse formata una nuvola, della nebbiolina di condensa di fiati più o meno pesanti. Sì, ha detto annuendo selvaggiamente la seconda donna che ancora stava attaccata al mio braccio, Anche a Piazzale Clodio non avevamo i frigoriferi, ha detto.
Poi alla fermata dopo è salito, con fatica, un uomo appoggiandosi al suo bastone e l’ho afferrato per un gomito facendo leva sull’avambraccio, sennò cascava giù. Mi ha ringraziata piegando la testa di lato e fatto notare che la galanteria era passata al sesso migliore, per quanto gli risulta. Mi sembrava di aver capito male, ma ha detto proprio così, al sesso migliore, e mentre rideva di gusto specificando che aveva un coccige scheggiato, ma per i suoi 90 anni si sentiva proprio indipendente, soprattutto dalla moglie.