Archivio mensile:dicembre 2014

Dice

Ultimamente, tipo negli ultimi due anni, mi sto accorgendo di cominciare un libro e poi, dopo pochi capitoli, prenderne un altro e iniziarlo mentre il primo è chiuso e così via. È come se riuscissi, io e la mia testa, la mia concentrazione, è come se noi riuscissimo a scindere ogni singola trama dall’altra ed è una soddisfazione che finalmente posso dire di essermi tolta, dopo un passato di sbadataggine. Ogni tanto mi stufo di avere per le mani, a volte anche nella stessa borsa, cinque storie diverse, allora smetto di leggere. Tolgo i segnalibri e per un po’ non tocco carta stampata. Soffro di nausea e i momenti di disintossicazione durano tanto, troppo, e questa cosa qua a me piace poco.

Accade poi che mia madre, da un po’, dice che dovrei lasciar perdere i libri. Nel senso che dovrei lasciarli in giro per casa per poi ritrovarli, uno alla volta alla rinfusa, che c’è più gusto e non rischio di stufarmi, ma è che ho questo viziaccio di espandermi. Ho infilato, per sbaglio, nella valigia un calzino dell’attuale coinquilino e no, non l’ho detto, a lui. Poi sono sicura che mi è scomparso il paio di pantaloni del pigiama. Ho trovato il rossetto aperto. Nel frigo le carote hanno figliato. Sono cose che fanno pensare, per un attimo, poi se le annoti va a finire che le scordi e non ci pensi più.

Tacito accordo

Qui ho ripreso a lavorare. In libreria qualcosa è cambiato, un po’ perché ci sono io, di nuovo, e un po’ perché era ora che cambiasse, quel qualcosa. Ecco, ora che le cose non son più cose di una volta, quando i romanzi venivano messi insieme a tutti i romanzi in ordine alfabetico, per esempio, visto che finalmente ce ne sono diversi tipi tra rosa, storici, classici, contemporanei, d’autore locale e via dicendo, adesso quei romanzi ci tocca sistemarli ciascuno sul proprio ripiano e occupano almeno sei metri lineari. Per parete. In ordine alfabetico per ripiano. Peró una volta, quando erano pochi pochetti, c’era un tacito accordo in libreria: li potevamo spostare o mescolare tra di loro, purché rimanessero pur sempre sullo stesso scaffale. Adesso invece, che le cose sono cambiate e ci forniscono un sacco di libri in più, abbiamo anche un sacco di lavoro in più, un sacco di polvere in più da togliere, ma i romanzi tornano puntualmente alla rinfusa a fine giornata, dopo aver passato tutto il pomeriggio a sistemare i nuovi carichi. A me questa cosa non piace molto devo dire, perché è una cosa questa, un’abitudine che spero si tolgano di dosso, ma non loro che ci lavorano dentro con me. I clienti, intendo.

Ascoltare le colonne

Oggi che era una bella giornata di sole ero proprio contenta che fosse Dicembre. Ho pensato non sarebbe stato male avere anche un Gennaio così, tutto di sole, e pure un Febbraio. Che poi Marzo fa da se e si arrangia.
Era una bella giornata, dicevo fin da mezzogiorno, quando mi sono alzata. Ho controllato se i panni stesi in sala fossero asciutti e non erano asciutti, ma in frigo c’era ancora un vasto assortimento di fette di torte avanzate ieri dalla presentazione del libro, nella libreria. Quando sono entrata a salutare i proprietari, sembrava avessero già preparato una borsa con tanto di bottiglia di coca cola. In frigo comunque occupano tutta una mensola, le fette, tanto che non c’è spazio ne per il sacchetto di carote ne per quello di cipolle.
In camera ho controllato che il pc stesse scaricando quell’album di Nils Frahm che a me piace tanto, ma proprio non ne voleva sapere di salvarsi. Si bloccava al 71 percento e niente. L’ho messo in streaming e ho pensato che non serve a nulla un mp3, di questi tempi. Tanto c’è internet, tanto c’abbiamo i giggabbait.

Avevo anche un appuntamento a San Pietro con un ragazzo scozzese che ho conosciuto scendendo a Roma, due settimane fa. Lui voleva vedere la Cappella Sistina, io, erano almeno cinque anni che non vedevo nemmeno le mura del Vaticano. Quindi dopo un’ora di fila in cui mi ha raccontato del suo viaggio attorno al mondo, ma l’Australia no, quella non gli piaceva e non ci pensava nemmeno a metterci piede, ecco dopo quell’ora a me è sembrato di conoscere proprio bene il colonnato in travertino con le sue duecentottantaquattro colonne doriche e un’ottantina di pilastri. Mi è parso proprio di aver sottovalutato il pensiero avuto qualche giorno fa di fronte a tutto questo marmo. Ad un certo punto guardavo lui, il ragazzo scozzese, e ascoltavo le colonne.
Dentro i Musei Vaticani ci siamo perfino persi. Lui voleva vedere la Cappella Sistina, io mi ero fermata davanti ad un Chagall e un’altro che aveva cercato di imitare Klee, ma mica era bravo come Klee, e sinceramente non so proprio che ci faccia ai Musei Vaticani uno che fa le cose come un altro.
Poi uno di quei uomini-guardie vestiti a puntino e piazzati negli angoli di ogni sala, mi ha preso in giro sul mio accento nordico quando gli ho chiesto se stavano chiudendo. Ha continuato a ridacchiare per un po’ alla fine mi sono stufata e me ne sono andata con lui che diceva che l’arte moderna no, non l’avevano di certo inventata per lui.

Mi intenerisco

Ci sono appartamenti che si comportano da case. Quasi ci fosse bisogno di dimostrare di essere domestici.
In alcune camere da letto le sedie prendono vita sotto strati di vestiti, i divani diventano tavolini da tè e i tavolini poggiapiedi nell’ora della merenda. A volte il pavimento è parquet, a volte di piastrelle e altre di moquette. Non so se il fatto di essere stata ospitata un maggior numero di volte rispetto dell’aver ospitato mi renda una persona peggiore, o almeno meno altruista. Un po’ sì direi. Ma poi esco a fare la spesa per il frigo, che non è il mio, e non conosco nemmeno come e se funziona la lavatrice, lì accanto. Mi intenerisco di fronte ai pomelli dei rubinetti nel bagno, che girano nel verso opposto a quelli della casa precedenti. Son cose belle queste, un po’ come conoscere una persona e scoprire che è brava non solo a parlare, ma pure ad ascoltare. A me le case degli altri piacciono.
La mensola della cucina non l’aprire del tutto che casca, va bene. I coperchi delle pentole sono qui. Qual è il ripiano del frigo che posso occupare parzialmente? Hai lo shampoo o ti presto il mio?
Son mesi che non capisco perchè, ma io non è che ho tutta questa stabilità residenziale. Il lavoro chiama e io parto. Per esempio a Gennaio, quando mi sono trasferita a Roma, fino a Giugno bene o male, ero divisa tra l’est e l’ovest della capitale. Poi le cose sono degenerate, intendo dopo essere partita e ritornata di nuovo a Roma in autunno. Non avevo più il mio affitto, non si trovava nemmeno una stanza ad Anagnina, a Ottobre così su due piedi.
Per fortuna molti amici sono stati disponibili e disposti a farmi vedere come funziona la loro di caldaia in appartamento, ad avvertirmi che l’acqua calda finisce se sto troppo sotto la doccia.

Una citazione

“Se dormire insieme fosse stato giacere, sarei stato più contento, io.”

La cena poco aziendale, citazioni imperdibili,
Roma, pag. a caso – tanto il senso è quello