Archivio mensile:agosto 2013

Sconosciuti

Volevo fare un polverone trattando ancora di Americanate, ma proprio un paio di giorni fa mi sono ritrovata a parlare con uno sconosciuto di un argomento che spesso giace nel girone del vanitosi dopo aver percorso il vasto ramo della filosofia spicciola.
Ma la lingua inglese permette più inflessioni di quante l’italiano possa esprimere mettendo in riga “Capito?”, “no?” “Cioè” e in allegato tutta la serie di gesticolii.

Questi Americani la fanno più facile degli italiani, sarà che si arrangiano per la maggior parte dei casi rigirando i condizionali come calzini?chissà perchè? Questione di facilità?

Insomma, penso che sia così anche per l’Arte, abbiamo un sacco di concetti in un’ipotetica lingua universale. Funziona così: tutti parlano, chi più, chi meno, ma comunque per esprimersi e farsi capire. Poi accade che qualcuno dice qualcosa di così colorato e scostante da ciò che gli altri un minuto fa mormoravano, che crea un po’ di movimento, approvazioni, dibattiti, riscontri e proteste. Il tutto per aver espresso se stesso in modo personale. Questo è, a mio parere, l’Arte, disse lo sconosciuto rimettendosi il cappello e lasciando sul tavolo del Benvenuto Cafè una manciata di dollari come mancia.
Mancia per un caffè che non aveva mia preso.

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Nella mia settimana di vacanze passata a New York ho cercato più volte di ricordarmi dove fosse un posto nel quale mi ero fermata mesi prima, all’inizio dell’estate, in uno dei miei ultimi weekend lunghi, liberi.
Un locale che avevo trovato per caso facendomi sorprendere da un’appiccicosa pioggia. Dalla vetrina avevo visto un grande tavolo in mogano, non molto alto e con gli sgabelli in legno. Non c’erano che una manciata di persone, qualcuno seduto davanti al proprio laptop, altri impegnati a leggere un libro o giornale.
Ci sono entrata, rendendomi conto dopo pochi passi che si trattava di uno Starbucks.
Non avevo ancora iniziato la mia battaglia contro gli stereotipi e stavo per uscire subito, ma la pioggia si era fatta scrosciante e mi trovavo sulla 31esima strada, quella zona dove se non è uno Starbucks ad accoglierti, lo farà certamente un McDonalds o una fermata afosa della Subway.
Lì ho conosciuto un pezzo di Manhattan che mi mancava. Quello di Wall Street.
Perche coloro che ci lavorano, nella pausa pranzo si vanno a rifugiare in posti così, oppure nei parchi. Non è difficile vedere uomini in camici, cravatta e zainetto stesi su qualche roccia o all’ombra di un salice in Central Park. Enormi lucertole umane, che non siete altro Newyorkesi!

Michael ha 28 anni, non è sposato -ha tenuto a farmelo sapere dopo essersi presentato-
Io ho annuito sorridendo e ripreso a leggere Wallace, ma lui ha continuato a chiedermi se per caso la macchia che avevo di inchiostro sul polpastrello dell’indice a del pollice fosse dovuta al fatto che sono una persona che prende tanti appunti.
Non so che razza di collegamento, Michael, tu stia facendo –  gli ha detto il cameriere passando accanto con una brocca fumante di caffè e riempendomi il bicchiere.
Nello Starbucks, si.
Allora ho pensato che nulla qui fosse convenzionale, che era il caso di accantonare davvero questi stereotipi e fare un passo indietro e due avanti, solo per rendersi conto che ogni volta che dico A, non è detto che sia per forza una a maiuscola.

E tutto ciò per dire che quando poi, accanto a me si andrà a sedere un americanissimo fan di Biagio Antonacci, eviterò di snobbarlo, ma guarderò con ammirazione il polsino con le iniziali dorate del suo idolo ringraziando l’Oceano per non essere proprio una muraglia tra Europa e America.
Capito?
E spargiamola un po’ di questa internazionalità, che si tratti di Morricone o di Biagio, pare sempre un buon inizio.

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Say it twice, say it again

(PREMESSA:
Questo post conterra` accenti mancati, sempre che si possa contenere qualcosa che manca. Attualmente il computer in uso ha una tastiera non soltanto qwerty ma anche قشعرتط , che qualsiasi cosa voglia dire, giuro si scrive pigiando qwerty in modalita` arabica.)

Se trovarsi di fronte a case rosa non sorprende piu` alcun italiano, a meno che non sia vissuto per tutta la vita a Lugano o Milano zona aeroporto, imbattersi in qualcosa del genere puo` sconvolgere qualsiasi prospettiva. Le usano le biciclette a New York,
piu` di Seattle, questo e` certo,
piu` di Udine, un po` meno, certo, ma pur sempre notevole [ammetto, la mancanza di accenti mi sta facendo impazzire dalla prima riga, ma non vale la pena di buttare la spugna, ora che, seduta dall`altro lato dell`isola di New York, cerco di spiegare qualcosa che vada oltre il rosa delle case rosa del West Village].

Quindi, l`inglese sta diventando il motivo per il quale stringere i pugni e resistere, qui, oltreoceano. Non avrei mai pensato fosse cosi` difficile. Sara` che non mi ero mai scontrata con una lingua diversa dall`italiano e del russo in modo cosi` diretto. E ci va pure di mezzo la mia sopravvivenza.
Ed invece eccomi qui, a passare i mei martedi e mercoledi in compagnia di stranieri, americani, spagnoli, chiunque, eccetto portatori di madrelingua. La mia madrelingua. Quella che per esprimere un concetto, se non si gesticola, e` come l`acqua dopo i cavoli bolliti, senza cavoli.
In realta` gia` il fatto di non svegliarmi ogni mattina con l`idea di tradurre ogni singola cosa che mi venga in mente, in modo totalmente random, dall`italiano all`inglese, mi riempie di gioia. Gioia che rende le mie ossa leggere, anche alla visione dell`Oceano (ogni giorno piu` pesante e blu, oltre la finestra del mio bagno).

Ma che dire di questa Grande Citta` che accoglie a braccia aperte abitanti e turisti allo stesso maestoso modo?

Sette mesi e mezzo sono scivoltati, tra poco smettero` con i conti alla rovescia per eccesso, perche` la fine prima o poi dovra` arrivare. Ne avevo parlato qualche post fa, ma davvero e` impossibile oltre che visitare anche solo stufarsi di New York, per quanta musica si possa sentire agli angoli di Manhattan o Brooklyn, nelle Subway o sotto i ponti del Central Park all`ora del tramonto, per quante foto si possano scattare, fermando senza bloccare momenti di vita quotidiana in questa metropoli,

mai si potra` trovare le parole perfette per descrivere il Tanto che c`e`.

Seduta al bar a leggere cose che mai avrei letto mesi fa, il caffe` in tazza grande, qualche tranquillo e riposato cameriere attorno. Nessuno mi chiede di alzarmi finche` non avremo finito l`ultimo sorso e mangiato l`ultimo pezzo di bacon.
La meraviglia sta nel sentirsi a casa ovunque, su qualsiasi strada, a qualsiasi ora. |
E se questo non e` un dono che la citta` fa a qualsiasi visitatore, ditemi voi cos`e`.
In Noho nei negozi di vestiti vendono granoturco. Mais, pannocchie, come preferite. Non ho immagini di tutto cio` perche` per la sorpresa ho lasciato scivolare la mia macchina fotografica in borsa, gustandomi cucchiaini di corn intervallati a bicchierini di rosso. Californiano, mica cose pacchiane. Mais e Vinello.
Capite quanto assurdo ora possa suonare un abbinamento come pere e formaggio o prosciutto e melone?

 

 

Mi devo organizzare meglio, il primo passo e` fatto, alla fine ci sono riuscita: in macchina fino alla Citta` e oltre, nel traffico giallo e rosso della 6th Ave, dopo il ponte di Brooklyn, le folle colorate, venditori di Tacos, frutta, involtini primavera, fette di pizza, hot dog con cipolla o senza, biglietti per Broadway, biglietti per club privati, altri meno privati. Tutti ambulanti. Tutti pronti, tutti a fare qualcosa.
Eppure sono certa di aver gia` incontrato qualcuno due volte, sebbene l`improbabilita` del fatto in una Citta` cosi` immensa. Come quel signore con il cappello blu, che ha girato l`angolo alla fine della 23esima, proseguendo verso Sud la settimana scorsa. L`ho incontrato oggi, mentre percorrevo la Bowery. Mi ha sorriso, come si sorride ad un vicino di casa.

Alla fine non sembra tutto cosi` casuale come le luci ci fanno credere. C`e` un bel criterio complesso che si crea man mano che si accetta la Citta` come un grande Monopoli o Gioco dell`Oca. E numeri binari al posto dei dadi.

 


Ora la smetto, mi aspetta ancora un piatto di minestra in scatola (ora in pentola). Ceci, pasta e porro, che qualcuno molto gentilmente mi ha preparato come alternativa alla colazione che ho mancato.

Penso all`Italia a volte.  Forse meno di voi che ci abitate, ma non la riconoscete piu`, ma giuro. Manca.

 

 

[Casa di S. L. R. New Jersey, 2013]