Archivio mensile:maggio 2013

A voi che non mi trovate più dove vi ho lasciati

Non è che poi ci fai l’abitudine?
Quando ero piccola, così piccola da meritarmi ancora in pisolino pomeridiano, mia nonna mi veniva a prendere all’asilo.
Mi prendeva quasi sempre in braccio e mi portava così a casa, un chilomentro più a ovest, nel quartiere-dormitorio, dove abitavamo.
A volte le chiedevo di camminare, accadeva più o meno a metà strada quando tenendola abbracciata con le mie dita avvertivo la schiena della nonna bagnarsi di goccioline di sudore. Allora lei mi metteva giù a terra, ed io -spesso a malavoglia- facevo qualche passo mentre tra me e me forse valutavo il compromesso a piedi da sola-senza sudore appicicaticcio o in braccio sopportando la sua schiena umida.
Attraversavamo un enorme campo, a quel tempo terra di nessuno. Lo chiamavamo il campo delle coccinelle perchè su ogni ciuffo d’erba se ne trovavano almeno un paio. Mi piaceva ed alla fine sceglievo quasi sempre di camminare e cercare quei piccoli insetti, lasciavo solo il mio zainetto alla nonna che silenziosa mi seguiva, guidandomi verso casa.
Non è che poi ci fai l’abitudine?  non me l’ha mai detto, lei. Ci pensavano le vicine di isolato, che ogni tanto mi vedevano in groppa alla povera nonna
che mai non mi diceva no.
Osservavano, ci guardavano ed esclamavano dalle terrazze, con gli annaffiatoi in mano:
“Sempre in braccio alla tua nonna anziana, non è che poi ci fai l’abitudine?” 

Passati i miei 5 anni in braccio a lei, i sette per mano, ed i nove mentre mi facevo accompagnare in bici a scuola prima di arrivare ai 14, al primo autobus da sola,
a diciotto pascolavo a qualche centinaio di chilomentri da casa ed a ventuno devo essermi così annoiata (?) da finire America.
Mica sta grande abitudine a farsi trasportare da qualcuno, semmai dalla situazione.
E le vicine? Loro saranno ancora lì, a piantare gli stessi gerani rossi in terrazza ogni primavera, per abitudine.

 

 

#12

Dall’altra parte della strada invece si parlava di tutt’altro.

Io non potevo saperlo, ma ne ero certa: nella casa di April i frighi si chiudevano e si aprivano non più di tre volte al giorno.

Sono entrata a casa sua il giorno stesso in cui noi, dall’altra parte della strada, abbiamo rischiato di affogare nella birra e tra i formaggi. Anthony e suo fratello giocavano con le figlie di April nel loro giardino. Lei mi ha presentato con orgoglio suo marito, un uomo dagli occhi nascosti sotto le rughe della fronte. Un uomo che dev’essere stato contraddetto troppo nella sua vita, ho pensato.
Dipenge acquerelli da molti anni,
aveva smesso con l’aumento degli impegni ma, da quando l’uragano a Novembre ha portato via mezza cucina, ha ripreso il pennello in mano ed ha cominciato a ricoprirne la parete sostitutiva di compensato, quella dietro il vecchio fornello in simil ghisa. I fogli si arricciano con l’umidità, mi ha detto sorridendo, ogni tanto li stacco, li butto nel cestino e ne dipingo altri.
Faccio qualche passo ed il pavimento di legno opaco scricchiola nonostante i miei piedi scalzi. L’odore di quella stanza è un misto tra coperte di lana appena tirate fuori dall’armadio, naftalina e spezie. Un po’ come quando la nonna d’inverno faceva le castagne per me e mia sorella:
Arrivavano addirittura i cugini quando lei le preparava, ma a me non piacevano molto così ne mangiavo giusto un paio, per farla contenta, e me ne stavo avvolta nella coperta accanto alla sua stufa in cucina guardando tutte quelle mani impegnate. A volte stando così vicina la coperta iniziava a puzzare di bruciato, lana cotta, e la nonna diceva và che ti brusi! La vuoi una castagna?

Quella casa aveva lo stesso tepore invernale, anche a Maggio.

C’era una montagna di vestiti puliti e asciutti sul divano, la sedia a dondolo e un gatto sopra, in un angolo. Un’orchidea senza fiori sul davanzale.
La cucina è anche il salotto e oltre – divisa da una tenda a quadri – intravedevo i contorni di un letto.
Abbiamo parlato dei colori verde e arancio mescolati insieme, dei suoi campi verdi immensi al tramonto dipinti su grana grossa,
di come sua moglie conservasse ogni singolo suo disegno o scarabocchio, perfino dal cestino, a volte anche i fogli di carta assorbente dove puliva i pennelli
e se ne vergognava lui, ma in fondo gli piaceva la cura con la quale April lo salvava, li salvava.
La loro casa non aveva un frigo ad altezza uomo, ma ben due. Due piccoli frigobar da camera impilati uno sopra l’altro e collegati alla corrente sotto il lavello. Arrivavano appena alla mia anca ed erano accanto al tavolo con quattro sedie diverse, in cucina.
Mentre mi guardavo attorno lui ne ha aperto uno e ha tirato fuori un cubetto incartato in lamina dorata posandolo accanto il fornello
Il lievito, per mia moglie, meglio se è tiepido… oggi tocca fare il pane– ha detto aprendo l’anta di un mobile accanto. Poi si è fermato e girato verso di me con aria dubbiosa e quasi rassegnata.

Che meraviglia, fanno il pane. Da quando sono arrivata qui non faccio altro che mangiare bauletti pretagliati e confezionati. Se proprio voglio trasgredire faccio un salto al panificio per una baguette. Cinque dollari. Grazie Francia che mi ricordi l’italia.

– No. Non abbiamo più la cannella. Vada per gli hot dog- ha concluso, rimettendo il lievito in frigo e tirando fuori un pacco di pane congelato e una confezione formato famiglia di wurstel.

*

#11

[in foto: un classico Giovedì sera.]

Questa mattina non si apriva il frigo.
Erano le sette e mezza, avevo in programma grandi pancakes, invece sono rimasta lì, davanti a quella maniglia, tentando di forzare con un mestolo la fessura tra frigo e anta.
Il mese scorso l’abbiamo scongelato, il frigo, e per pulirlo ci siamo entrati in due, con spugnetta e aspirapolvere, tanto per definire le dimensioni.
Comunque ho dovuto svegliare il resto della casa. Quattro persone con lo stesso ideantico pigiama, si sono ritrovate a cercare di aprire, squotere, svitare maniglia e cardini. Li guardavo e non capivo se era voluta come tonalità, quel giallo canarino.
Quando qualcuno terminava con un azione, la stessa mossa veniva ripetuta subito nello stesso punto da un altro membro della famiglia.
Poi abbiamo sentito un rumore, come di vetri rotti, provenire dal suo interno.
Could you open..?– ha chiesto Anthony, non si sa bene a chi.
I think it’s still stuck…– ha risposto sua madre, arretrando.
Oh, geez, I’m so hungry!– ha sdrammatizzato il padre guardando fuori dalla finestra e spoleverandosi finta polvere delle nocche.
-Can I have milk now?- ha sussurrato il figlio più piccolo.

Allora in queste situazioni bisogna fare un po’ i finti coraggiosi, quelli che “okay, lo faccio io”,

così ho tirato la maniglia ed un fiume di formaggiyogurtsucchi, cartoni di lattepistacchimele,
barrette proteiche, ipercaloriche e quelle senza grassi,
i Bagel di crusca,
bottigliepomodori, vasetti di capperi,
la tagliata di tonno avanzata dalla sera precedente
e tutta la spesa del giovedì stava letteralmente scappando riversandosi a cascata su di me. Una spesa che aveva richiesto ben tre ore di sharing su Amazon.
Le cose stavano accadendo e candendo una dietro l’altra, e non riuscivamo a fermarci di stare fermi.

Più tardi abbiamo scoperto che una colpa effettiva non c’era. Bisognava solo stare attenti a non comprare più di quattro cartoni di latte e possibilmente non sistemare tre dozzine di birre sul piano più alto, in equilibrio sulla scatola di avocadi, che poi le mensole ci soffrono.

(continua)

#10

[In foto: esemplare di inadeguatezza, senza angoli]

Abbiamo litigato oggi. Per la prima volta, con tono indiscreto e più gesti che parole,
ma ce l’abbiamo fatta.

La domanda è la seguente:
Facce: 2
spigoli: 0
Ma quanti angoli, ha un cilindro?
Ci abbiamo scommesso un dollaro sopra. Se perdo dovrò andare in banca a prelevarlo. Se vinco, avrò il mio primo verdone cartaceo direttamente dal porcellino d’oro dei suoi otto anni di risparmi.

Nel quarto d’ora di discussione continuavo a ribadire il tondo zero evitando di spiegare gli ovvi motivi, ma il resto della fauna in casa non era d’accordo.
Gli hanno fatto scrivere sul quaderno di geometria: 2

Dopo aver accuratamente svolto una ricerca su google e confermato che non è d’obbligo per gli angoli essere dritti, siamo pure passati alla grammatica dei punti di vista.
E così scopro che edge, nonchè angolo, potrebbe tranquillamente significare bordo.
Che actually non sta per attualmente, ma qualcosa di più concreto come effettivamente
e che -in effetti- forse fanno bene a mantenersi vaghi su concetti così precisi. Tutta colpa della grammatica.

Altrimenti non saprei proprio come spiegarmi perché la casa dove abitiamo è in leggera pendenza verso Est.