Archivio mensile:febbraio 2013

Tutto ciò che accade qui lo posso bellamente suddividere in due categorie:

– Ct. INSIDE (ah, quanta fantasia) :    comprende tutte quelle cose che mi ritrovo ad osservare in e da questa enorme casa.
Con i ragazzi – chiamarli bimbi mi pare diminutivo, sono anche fin troppo svegli per la loro età – ieri abbiamo rivestito un grande pannello di compensato (probabilmente uno di quelli avanzati dalla costruzione della casa stessa) con carta verde e ci abbiamo piazzato sopra una miriade di animali in origami.
Loro hanno una pazienza infinita quando prendono in mano forbici e carta, mi sorprendo a posare la colla sul tavolo per un coffee-break dopo mezz’ora, mentre loro continuano a popolare il prato di ranocchie e gru. Ci sono anche due cani, un Labrador ed un Jack Russel. Accoppiata perfetta. E a volte ci aiutano pure a ripulire il pavimento dalle briciole di pancake, dopo colazione.
Questa sera in casa è prevista una festa a tema Hawaiano. Qualcosa legato all’attività azienzale dei genitori dei ragazzi, quindi pezzi grossi -presumo-, probabilmente in completo e mogli al seguito. Sono due settimane che non si parla d’altro. Non sapevo cosa aspettarmi, quindi ho evitato di pensarci nonostante la palpabile tensione nell’aria.
Invece questa mattina, scendendo in cucina a fare colazione, sono inciampata in uno striscione floreale e due pile di scatoloni, dal rumore presumo pieni di ghirlande, festoni, ombrellini e lanterne di carta colorata. Tutte cose probabilmente arrivate questa notte con il corriere. Ho il week end libero e spero che con la scusa “dai, che a te ‘ste cose piacciono” (perchè lo sanno che mi piacciono) non mi mettano a gonfiare palloncini.
In cucina la situazione era ancora più esotica. Almeno una ventina di Avocadi e Manghi sparsi su tutto il tavolo -presumo contati, quindi non prelevabili- tra banane, fragole, meloni verdi e perfino mezza anguria.
Diamine, siamo in Febbraio, ma il Messico è davvero generoso con il Nord America.
Mi sono fatta spazio tra le bottiglie di Martini, Tequila e Prosecco, ho spostato le sei confezioni dozzinali di uova, un sacchetto pieno di ananas ed il mazzo di tulipani ancora incartato. Aspettando che il caffè fosse pronto mi sono immaginata altrove, ma proprio non ci sono riuscita. Che sia il primo passo verso l’adattamento?

 

– Ct. OUTSIDE:   passo la maggior parte del tempo in casa, ora che fa freddo. Fuori c’è una pioggerellina innocua che farebbe invidia a qualsiasi abitante di Seattle, l’Oceano è grigio. Ieri era indaco, l’altro ieri plumbeo. Ho spesso vissuto accanto al mare, ma che mi ricordi, aveva dei colori più caldi e pastosi. Si può dire?
L’Oceano è altra cosa. Lo vedo dalla finestra del mio bagno. Si espande, sembra non finire. E questa è pure una baia, allora mi chiedo chissà come sarebbe guardarlo, l’Oceano, a quest’ora,
quello dove perdi l’equilibrio mentre cerchi l’orizzonte
e oltre c’è solo la curva della terra.

Sì, l’Oceano accade.

sConfronti #1

Dieci giorni su quest’enorme Isola, alla quale non sento ancora di dare del Tu.

C’è un rapporto di cortesia tra me e ciò che mi circonda. Sentirmi rispondere benvenuto ad ogni thank you mi fa sorridere. Presto smetterò di tradurre letteralmente.

Ci sto provando a socializzare in inglese con il vicinato, ce la sto davvero mettendo tutta, ma al massimo passo per timida. La ragazza italiana che porta a spasso cani e bambini al guinzaglio e in bicicletta, contemporaneamente.

Sarà il freddo salato, la neve alta tre metri accatastata ai bordi delle strade, i trecento grammi di pasta condita con salsa di soia. I ristoranti americani sono delle specie di fast food italiani con una tappezzeria più cartacea e le tovagliette colorate. È una nazione così giovane. Paragonabile alla mattina post-nottata-alcolica.

Sta in piedi grazie a quelli come noi che -generalizzo- la guardano da lontano con occhi sognanti. Vi vorrei tutti qui, voi che sospirate, a provare il bacon surgelato per colazione e la pizza al parmigiano il venerdì sera. Porterei per mano qualsiasi europeo per le corsie di questi supermercati, a cercare insieme a me del pane fresco o della pasta, non di soia. E meno male che non esiste l’espresso, qui. I caffè sono in taglia unica, grande tipo tisana, e favoriscono le relationship, la base dell’enorme palafitta che è l’America. Con il nostro macchiato italiano qui si fermerebbero al How are you? .

Ieri sono finalmente stata in West Hampton. Mi sono soffermata davanti ad una libreria, dopo aver comprato del pollo e pretzel per cena. Un Roth impolverato mi fissava dalla vetrina. Non oggi, mi sono detta, ricordandomi della macchina in seconda fila. Poi sono entrata e l’ho comprato. Al mio ritorno ho trovato il veicolo spostato di un paio di metri avanti, ho fatto il giro del mezzo: niente graffi ne ammaccature da nessun lato.

Oggi invece siamo stati ad accarezzare le razze all’Acquario. C’è proprio una zona, nell’Acquario comunale, adibita a questa attività che diverte da entrambe le parti. Mangiano sardine, gamberetti. Poi si fanno fare i grattini sul muso. E i bambini restano a fissare gli adulti che ridacchiano mentre scorrono i palmi delle mani sul dorso di quei strani pesci. A proposito, mi è stato detto che Long Island assomiglia ad un pesce geograficamente. Ho aspettato tutto il pomeriggio per correre in camera, aprire Google Maps e verificare che sì, è così.

Ed è esattamente la terza Isola a forma di pesce che mi fa da casa.

A nudo, finalmente sotto la doccia nella periferia di New York

Sarai felice di sapere che avrai una camera tua, sempre con letto a due piazze e qualcosa in più, un armadio, pavimento in legno, ah e sì, anche un bagno privato. E se canto non si sente, così hanno detto. Stai attenta, la porta del frigo cigola. Di notte ti potrebbero sentire.

Gli intonaci bianchi, i battiscopa in legno, la lampada in vetro smerigliato sul comodino mogano. E questo profumo di Casa che si sparge ovunque ovunque ovunque. Non che vada pazza per l’arredo vintage-legnoso, ma ha un che di accogliente perfino il comodino per i calzini.

Da quanto non sentivo il fresco odore di spazio?
Sono finalmente arrivata a destinazione. Oltre New York, in una cittadina a sud della Long Island, dove da dietro un metro di neve mi ha accolto il nuovo Host Dad, nonché papà dei due bimbi dei quali mi occuperò.

Sorridente, con un andazzo da “ehi-ho-appena-assaggiato-un-cabernet-pazzesco” ed un inglese scandito a piccoli pezzetti chiari e tondi, mi ha fatto una tra le buffe impressioni di Americano.
Abbiamo aspettato la valigia, che puntualmente è arrivata sul nastro, insieme a quelle degli altri venti passeggeri.
Ebbene sì, dopo lo scalo a Philadelphia sono salita su un aereo non più grande di un autobus extraurbano. Per un attimo, prima di accedere alla cabina, mi sono immaginata in prima classe, con pantofole morbide e mascherina, quasi fosse un jet privato per quelli come me che cambiano aria, invece mi sono ritrovata attaccata al finestrino, soppressa da una simpatica signora in maglione Ciano-Cielo di almeno un centinaio di chili, ma con la quale ho
scambiato le più piacevoli chiacchiere delle ultime quattro settimane. Le apparenze non ingannano: tanta sostanza, eccetera eccetera.

Sulla via verso la nuova casa le strade erano completamente gelate, bianche e soprattutto a due corsie. Evviva! Niente più immaginario terrore su quelle a sei di Seattle (che comunque non ho mai fatto in macchina, ma al solo pensiero rabbrividivo).

E qui mi fermo, prendo aria, da dove comincio? Si i(n)spira dalla bocca o dal naso?

Thè Verde. E attorno il nuovo mondo.

Per prima cosa le mie mani. Mani che hanno portato centinaia di cestini della lavanderia, alzato creature piangenti post-nanna, mescolato pappette, aperto e chiuso forni a microonde con biberon da scaldare, mani lavate ancora e ancora dopo aver cambiato pannolini, fatto da mangiare. Non contemporaneamente. Quasi trenta giorni, tutti visibili tra le crepe sulle nocche e polpastrelli. Carini i mignoli in particolare, così paffuti e storti ora.

Dopo le mani, un mobilio comprensivo di pianoforte nero a coda, tavolo di marmo in puro American style in cucina e un paio di Host Parents super busy attorno, a tagliarmi fettine di formaggio al caffè (italiano?) sul tagliere in ciliegio.

Oltre: i muri. Finalmente di cartone più resistente. La casa di per se sembra un castello color crema in miniatura. Come fiocchi, a decorarlo, cornicioni a sbuffo e tegole policrome viola-rosso-mogano-viola e così via.

Oltre ancora: la mia stanza. Questa mattina alle sette e mezza i bimbi, travestiti da ninja, sono saltati in camera di soppiatto. Non ci conoscevamo ancora, ma abbiamo lottato sullo stipite, io armata di cuscino e loro di ganasce in plastica. Ha vinto la Host Mom, entrando e trascinandoseli via per le caviglie. Perchè? Ci stavamo divertendo, al diamine la mia privacy.
Quindi ho tolto il pigiama, messo jeans e maglietta e ho respirato. Tanto ma tanto.

Ora che potevo permettermi di far rumore e annaspare.

Rifiutare la pappa pronta

Dopo tre settimane, che come arco di tempo suona molto inferiore a ciò che effettivamente tre settimane sono, ho superato i conati del JetLag. Niente più sveglie istintive alle tre del mattino (ora locale), torno a dormire per sei ore consecutive. Certo, riducendo il letto ad un groviglio di lenzuola, ma almeno le occhiaie si stanno mimetizzando con le borse sotto gli occhi.

Non ero abituata a dormire in un materasso così grande. Saranno almeno due piazze e mezze, queste. Nemmeno distendendomi a stella riesco a toccarne il perimetro. Mi chiedo chi si immaginavano di trovare, quando mi hanno preparato la stanza.

Insomma, facciamola breve. Mi piace qui. Oh, un sacco proprio. Nel mio 12% di tempo libero (che equivale esattamente alla percentuale di tasse applicata su ogni spesa fatta in qualsiasi negozio, nello stato di Washington) durante la settimana ho scoperto che    –    oltre la nebbia c’è:

  1. La strada che porta alla stradona principale, chiamata 100th Ave NE, che di conseguenza si collega alla 112th Ave NE e così via avanti a dozzine, fino ad arrivare a Seattle, dopo 40 minuti di bus.
  2. Un paio di Starbucks nei quali, se proprio non ci tieni a scoprire che sapore abbia il caffè americano trasparente, puoi semplicemente prendere un bicchiere di carta, riempirlo a volontà di ciò che vuoi agli erogatori automatici e startene ad un tavolo a farti film su cosa fare dopo.
  3. Preziose velleità climatiche.

Seattle è davvero magnifica. Permetterei di piovere all’infinito su di me, vivessi in una città così. Cammino e la gente mi scivola ai lati come banchi di pesci tra le reti della downtown. Hanno tutti una meta a Seattle, o perlomeno danno una piacevole impressione di essere impegnati. E pure io lo sono, ma per davvero. Cammino con Angela, una ragazza coreana arrivata negli States con il mio stesso programma, in discesa verso il lungomare. Sorpassiamo signori in cappotto e ragazzi in shorts e cuffie nelle orecchie, un uomo con un’arpa, due acrobati di strada. Cani al guinzaglio, biciclette a tre ruote. Tutto in discesa.

Al Pike Place Market perfino i senzatetto si sono riuniti in cerchio a guardare il sole, così raro. Ecco, non si parla altro che del sole oggi. Tutti a fissare in alto, a onorare con i menti alzati ciò che compare non più di ottanta volte all’anno. Al posto della pioggia o nebbia. Al posto dell’umidità, dell’Oceano nell’aria.

 

É così armoniosa e fresca questa zona, che quasi mi dispiace lasciarla. Starei bene qui, potessi avere tempo.

Ma per vari motivi non mi è stato concesso avere tempo. Quindi ho fatto in modo che sia il tempo ad aver bisogno di me. Suona colossale e tremendamente pomposo, lo so. Ma ho trovato il modo di rendermi utile sull’altra sponda, del continente. Tradisco la West Coast, per la East. Avrà di me pietà la verdura, frescura e nebbiosità? Gli alberi in muffa, la linea 255 del bus?

Preparo la valigia con calma, tanto il mio volo – prenotato per questo Venerdì – è stato bannato dalla tempesta di neve a New York. E visto che a New York ci dovrei proprio atterrare, tocca aspettare fino a Domenica.

D u e     l u n g h i     g i o r n i ,         a n c o r a .

Ecco, quella sensazione di eccitazione misto attesa pre-qualcosa. Distrutta a poche ore dalla sua realizzazione. Da fastidio, anzi prude. Si, mi prude tantissimo e ora che ci penso fa anche male. Ho una valigia troppo grande. Le lenzuola sembrano più ruvide, la cena è un’insalata di banane con lattuga, senza avocado. E senza avocado torniamo ai tempi infelici del Cultural Shock – JetLag. Cose terribili che si combattono solo con la sopportazione di ciò che adesso mi ritrovo come peso, per le prossime 48 ore.

Il tempo.

Ero psicologicamente pronta a partire. Ed ora che devo rimanere qui (tra l’altro non ho più la mia mini percentuale di tempo libero, torno a lavorare seppur per due giorni), ora che devo aprire con cautela la zip, estrarre ancora un paio di calzini, mutande e maglioni, tutto sembra più pesante. Mi vizio da sola e me ne vergogno. Vizio perfino il mio imbarazzo e lo scrivo qui, che mi vergogno.

Non so aspettare e nessuno mi può insegnare a far passare il tempo, in quanto io stessa -nelle ultime tre settimane – ne ho sentito la carenza colossale.

Sarebbe come rifiutare la mamma che ti rimbocca le coperte a vent’anni.  Si vorrebbe, ma non si fa.