Archivio mensile:gennaio 2013

How much Avocado is too much?

La tazza verde sul tavolo,

una caraffa quasi vuota,

la cena nel freezer,

srotolo la confezione di mais surgelato,

[magari insieme all’insalata di banane e avocado,]

la tapparella della cucina non filtra che le luci delle case degli altri.

Piove tutto il Lunedì, Martedì e pure tutti gli altri giorni che compongono il resto della settimana.

La cosa straordinaria di questa fetta di mondo è l’organizzazione. Simile ad un formicaio, costruito nel giro di una notte, [tutti] gli Americani vivono sostenendosi a vicenda, ma non toccandosi affatto. Oggi ho scoperto che la casa nella quale abito è tra le più vecchie del quartiere -e dei quartieri attorno- ha ben trent’anni. Accidenti. Trent’anni sono io, più poco meno della mia metà. Non mi pare poi così tanto, ma forse il cartone dei muri si sciupa dopo qualche stagione fredda.

L’America è proprio una nazione gggiovane. Lo confermano le villette colorate  di compensato e cartapesta, i giardini con gli alberelli di Ginkgo dalla circonferenza non più grande del mio polso, il prezzo delle patate al supermercato. Dai, Tomato a 3$ per libbra? Sono quasi sei dollari al chilo, e dire che è nato proprio qui il pomodoro.

Eppure è già tutto surgelato, impilato e distribuito ai diretti interessati, a partire dalle celle frigorifere dei supermercati, fino ad arrivare ai servizi, igienici o sanitari che siano.

Ecco, a proposito di sanità.

Per la prima volta, e spero l’ultima, ho fatto conoscenza con la medicina del continente. Per una strana forma di allergia, deduco a qualche legume, vegetale [muffa? ndr] che cresce in queste zone, mi sono ritrovata in un mare di lacrime e starnuti. Ricevere assistenza, o solamente una visita medica qui non funziona come in Italia. E nemmeno come in Dr House, piuttosto Scrubs, senza la comicità da cornice. Medico di base? Di famiglia? Macchè. Di base bisogna solo aspettare, con al massimo qualche componente della famiglia che ti tiene la cartellina con i tuoi dati, mentre cerchi in borsa il tuo passaporto.
Dopo aver prenotato tre giorni prima, pagato via carta di credito 200$ come caparra, riconfermato i miei dati via Email e finalmente aver avuto accesso alle poltroncine blu nella sala d’attesa, il Dott. Americano ha avuto accesso a me ed al mio problema di sopravvivenza.

Non riesco a respirare, bene – ho detto, ovviamente in inglese.

Ah, Italian? C’mon, what’s wrong ? –

Iniziamo alla grande, ho pensato, non ho scampo alle origini adottive. Ma poi mi ha fatta salire su un cubo di plexiglas trasparente non più grande di trenta centimetri, mi ha pesata, preso l’altezza, misurato la pressione, la febbre, le orecchie sono pulite, linfonodi okay, sei sana come un pesce. E il raffreddore e gli starnuti sono una reazione allergica. Ma potrebbe anche essere un’infezione post infiammazione. Cosa possiamo fare? Vai di Amoxicillina per una decina di giorni, ti faccio la ricetta adesso. Se non funziona, stai sicura che è un’allergia, ma di per certo avrai anticorpi grossi come cavalli, per una futura infezione, sia mai.

Ora, oltre al thè in microonde e mirtilli surgelati dal Messico (nel prossimo capitolo giuro che ne parlo), avrò per merenda antibiotici.

E riguardati, mi ha detto facendomi scendere dal cubo.

 

[Più sette giorni in America]

L’America questa mattina sa di muschio, arance e cose appena lavate.

  • Muschio: Mi trovo nei dintorni di Seattle da appena tre giorni, avvolta nella più fitta nebbia che io abbia mai non visto. Altro che pianura padana. Questa è nebbia di qualità, si può spostare con i palmi delle mani, si possono letteralmente creare cumuli bianchi solo muovendo le braccia a stile libero. Non sto esattamente in città, ma in un paesino accanto. No, nemmeno. Nella periferia del paesino, qui mi hanno detto che l’ubicazione precisa della casa è di tipologia cul-de-sac [ndr] che, qualsiasi cosa voglia dire, fa concorrenza al nome del mio paese di residenza in Italia (ridete con garbo, voi pochi che sapete).
    Insomma, dopo una manciata di giorni qui tra le due bambine da badare nei miei panni da AuPair, l’umidità pari al bagno dopo la doccia, il jet-lag in perenne competizione con la mia sveglia e un senso di curiosità misto chediamineèquesto verso qualsiasi Americanata vista solo nei film -e ora confermata nella mia nuova realtà- … è il muschio a prendere il sopravvento.
    Io stavo per impazzire per la carenza di raggi UV o almeno una fetta di cielo azzurro, la mia Host family stava già delirando da un pezzo per le urla giornaliere delle bimbe. Tutto sembrava precipitare, l’umore in primis. Quando dopo più di 48 ore la nebbia si è diradata mostrandomi le case a destra, a sinistra e davanti (tutte uguali tra loro, a strisce orizzontali azzurrine o grigine, con i giardini curati attorno) ho finalmente visto lui. Il muschio. È veramente ovunque, sugli alberi, sotto gli alberi, negli alberi. Tra i cassonetti verdi e marroni, agli angoli della strada coperta pure le di morbida muschiaggine. I tergicristalli della Jeep davanti la mia casa avevano un accenno di verde, con tanto di fiorellini minuscoli sulle punte. Allora ho pensato, ma te guarda, proprio in un posto così dovevo capitare. Dove l’inverno dura tre quarti dell’anno e l’estate fa spallucce già ad Agosto. Ah, se ce la fa il muschio,ecco che ho pensato.
  • Arance: Ieri sono andata a fare la spesa per la prima volta. L’evento è memorabile, me lo sono segnata sull’agenda con un’enorme asterisco che riportava alla parola IMBARAZZO. Potessi scriverlo in corsivo, grassetto e maiuscolo contemporaneamente, lo farei. Mi sono sentita in soggezione, ma tanto davvero, per l’ordine quasi statico, la cura nella disposizione dei caschi di banane a piramide (quadrangolare) nel reparto ortofrutta.
    Per curiosità (okay, era più che curiosità) mi sono avvicinata all’Angolo Italiano che ospitava cestini con confezioni grattugiate di Parmigiano Reggiano, pacchetti di fusilli e pennette di soia (5$ ogni 100 grammi WTF) e un’enorme freccia fluorescente di cartone indicante i pomodori  poco più in là, accanto alle arance, a 6$ al chilo.
  • Cose appena lavate: Sono due le cose che nella mia vita italiana, per sopravvivere, non avrei mai avuto il modo/necessità/voglia di usare.
    Il microonde per esempio è il primo nella lista. Qualche anno fa alla sagra del Vino in Friuli ne vinsi uno alla pesca di beneficenza, trovando il biglietto fortunato proprio per terra. Felice, trascinai la scatola contenente il premio a mia madre, seduta poco più in là. Non possiamo tenerlo, mi disse seria. Fui costretta a regalare ad un parente lui ed il macigno di onde dannose che mamma gli aveva attorcigliato attorno. In America invece è come la caffettiera per gli  Italiani, c’è sempre e comunque, al di là dell’uso che ne possano fare (che sarà pur sempre superiore al consumo del caffè nelle nostre caffettiere italiane).
    Ho capito che qui non c’è speranza di scaldare l’acqua su un fornello.
    Non si fa e basta. 45 secondi di microonde ed il thè verde è pronto fumante, con tanto di tazza ancora fredda.
    La seconda cosa è quella sconosciuta di un’asciugatrice. Una lavatrice all’incontrario, che accelera il processo naturale -oltre che dell’asciugatura- anche della stagionatura dei vestiti. L’ho provata oggi, un po’ rattristita dalle magliette che giravano in tondo nell’oblò. Dicono che non gli faccia tanto bene. Ed infatti invece dei calzettini blu ho tirato fuori un paio di calzoni azzurri, la felpa ha una manica più lunga dell’altra e il pigiama si è ristretto sui fianchi. Quest’ultimo mi piace anche così, per fortuna.
    Per il resto, la macchina svolge il suo mestiere. Dopo nemmeno mezz’ora, perfino l’ultima delle mutande in flanella era asciutta. Cose che nemmeno a Luglio inoltrato, le lenzuola sui tetti dei condomini.

New York

Non c’entra nulla, ma Giovedì ho passato una serata a New York che rifarei anche al prezzo di un inverno intero tra la nebbia a cul-de-sac.

 

[Meno zero] Solo andata per l’America

 La scuola è fatta per avere il diploma. E il diploma? Il diploma è fatto per avere il posto. E il posto? Il posto è fatto per guadagnare. E guadagnare? È fatto per mangiare. Non c'è che il mangiare che abbia fine a se stesso, sia cioè un ideale. Salvo in coloro, in cui ha per fine il bere.
Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana, 1921

Abbiamo iniziato a festeggiare trenta giorni fa. Quando le certezze finalmente iniziarono a maturare abbastanza da essere succose e visibili.

Non ho nemmeno avuto il tempo di capire che emigrare negli States e restarci per lavoro è considerata un’utopia. Mi sono ritrovata in coda direttamente al Consolato Americano di Milano, insieme ad altri come me, sguardo dritto, ginocchio tremolante e documenti alla mano. Una settimana dopo il Visto è arrivato con la nonchalance di una pubblicità del discount dietro l’angolo.

La verità è che di soluzioni che ne sono sempre almeno due. Anche i no sono una possibilità, ma noi qui abbiamo puntato al si. Andare verso.

Parto tra poche ore e nemmeno ho realizzato che Seattle si trova a ottomilacinquecento chilomentri dall’Italia. Scritto in lettere sembra una distanza ancora più lunga. Mi limiterò a salire sull’aereo, allacciare le cinture di sicurezza e immergermi in un sonno profondo, nell’attesa del pranzo, possibilmente a fuso italiano.

Volerai nel passato, dice la nonna. E lei se ne intende, ad andare avanti indietro a spiegare al nonno che invecchiare è nor-ma-le. Na-tu-ra-le.

Così, oggi che è una bella domenica grigia e umida, zii, nipoti e parenti della famiglia Alaska si sono riunti a festeggiare (?) l’addiversario dell’ennesima partenza dell’Alaska in persona. Sottoforma di pranzo post-Natale. Carni alla brace, polenta, patate novelle e cose buone, che non smettevano di ricordarmi che me le sarei solo sognate dal giorno dopo, per il successivo anno. Ah, ecco il caffè. Affoghiamoci il gelato, così da averne un ricordo ancora più dolce.

Qualcuno mi ha regalato un’agenda, qualcun altro un’altra agenda. Due agende insomma. Di cui una di ben 16 mesi. Poi, per rimanere in tema, una sciarpa a stelle e strisce. Al diavolo la moda e i cliché, io dico. Me la avvolgo attorno al collo e metto in borsa le due Moleskine.

La sera, invece, prende la piega della minestra nei piatti. Ottimo, partiremo leggeri. Hai stampato i biglietti aerei? Il passaporto è qui, non scordarlo. Smettila di agitarti. Ma non mi agito, ho perso gli occhiali. Fuori piove, la nonna dice che ti chiama tra un attimo, vuole venire con te all’aeroporto. Hai preso i cerotti?  Ti stanno chiamando quelli della Vodafone, te li passo. Facciamo che ora voi tutti ve ne andate a letto e io rimango qui, accanto alla mia valigia. Non faccio rumore, e smettiamola con i preparativi verbali. Non voglio passare a Vodafone, domani vi lascio il mio telefono in carica e non toglietelo da lì per i prossimi dodici mesi.

*

Valigia grigia a strisce blu, dobbiamo parlare. Svuoto tutto e ci rimetto la metà delle cose. Venti chili come prima.

Penso che sono spacciata – io e lei pesiamo troppo insieme – che non può funzionare tra noi. Proietto sulla parete bianca del salotto scene irrequiete: alla dogana mi strapperanno il passaporto, poi taglieranno la valigia di traverso per estrarne le viscere colorate, infine mi indicheranno l’uscita con i loro indici unti di salsa barbecue. L’uscita verso la pista di atterraggio.

Vorrei essere già a New York a fissare i grattacieli, ma mi perderei il divertimento alla frontiera. E le dieci ore in volo sull’Oceano. L’Oceano con il quale vorrei avere a che fare, una volta atterrata sulla terraferma possibilmente.