Catastale

Nemmeno oggi nessuno ha pulito per terra, lavato il piatto nel lavello e penso nemmeno giocato con il gatto, mentre ero a lavoro. Come al solito mi accorgo soltanto di sera di vivere da sola, ad essere precisa accade in quel momento tra l’aprire la porta d’ingresso e accendere la prima luce. Incredibile, da un po’ anche le scoperte che si ripetono sono sorprese.

Una donna

Oggi al bistrò sotto casa eravamo in nove, ed erano tutti felici perché era mercoledì e forse anche perché non toccava a loro portare il vino, ma toccava a me (e un po’ ero felice pure io). Insomma ad un certo punto dopo il dolce, le ciliegie e la cioccolata fondente sul vassoio è uscito fuori un argomento molto genuino, genuinissimo, sui tatuaggi. E quello che di noi ne aveva di più era un ragazzo, con quasi tutte le braccia inchiostrate, ho intravisto pure una melanzana e un carciofo sull’avambraccio, tutti colorati, mica solo ad inchiostro nero. Salendo su verso il gomito però, arrotolando la manica della maglietta, ci ha mostrato il volto di una donna. Perché una donna? ha chiesto qualcuno, «volevo una pin up, poi però ho optato per una donna, perché rappresenta la femminilità » ha risposto, «e non ne trovavo una che mi piacesse, ho cercato un bel volto su internet ed è uscita Katy Perry, che mi piace molto la Perry, ma la volevo rendere unica, allora con il tatuatore poi l’abbiamo modificata per bene, tipo i capelli, vedi». E io non so, sarà stato il moscato di Terracina, che non era dolce ma secco, secchissimo, ma non ho mica capito come mai la donna sì e la pin up no. Oppure, quand’è che la pin up sì e la donna no? Ma soprattutto, una donna che rappresenta la femminilità? È come dire l’insalata che rappresenta la verdura o il mare che rappresenta l’umidità dell’acqua. Un po’ come un ossimoro, ma al contrario, un’antitesi di ossimoro, se si è capito. Perché io non so se ho capito bene.

Pane e acqua

Ho un assegno da andare a cambiare da almeno due settimane, ma per farlo dovrei andare in una banca che sta dall’altra parte di Roma. Non c’è nemmeno una filiale qui, nemmeno nel percorso lavoro-casa o viceversa. Allora ogni mattina rimando lo svegliarmi alle sei, prendere l’autobus, la metro e poi il tram per arrivare dall’altra parte di Roma (e se ho il pomeriggio libero, pure lì rimando). Un sacco di tempo non pagato, qualcosa come tre ore di sicuro. Ma dove le prendo tre ore non pagate, io? Mi preparo il pranzo e vado a lavoro, come se nulla fosse. E se c’è una cosa brutta in tutto ciò è che quegli ottocentotrentatre euro è come se non esistessero, finché restano in carta-da-assegno. La cosa bella invece è che se non l’ho ancora cambiato, l’assegno in soldi, vuol dire che forse non ne ho poi così tanto bisogno. Neanche vivessi di pane e acqua.

I Polacchi

Hanno quell’effetto per me che potrei paragonare solo al digestivo, dopo cena, ovvero quando è finito l’ultimo pezzetto di fettina panata, la bieta ha lasciato i suoi aloni gialli di olio sui bordi del piatto, quelli al tavolo accanto hanno ordinato un dolce e con il pane la scarpetta l’abbiamo fatta. Mi chiedi se voglio altro. No, va bene così. Un caffè? Ma no, sono le undici. Allora è lì che arrivano i polacchi.