Tredicesimo (ultimo) giorno di dopolavoro

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Tutte le cose che sono riuscita a fare durante due settimane di dopolav, dico, doppio-lavoro:

– far sopravvivere il gatto
– cucinare a casa almeno una volta al giorno
– superare la peste bubbonica nonché influenza

e nonostante la febbre, il raffreddore e la tosse:

– continuare a lavorare, io e il computer, in simbiosi, come se fossi in ufficio, ma non dall’ufficio.
– rispondere alle mail in modo accettabile
– rispondere alle chiamate a tutte le ore, senza sembrare appena alzata dal letto
– rispondere bene, in generale, a chi si è preoccupato di non farmi mancare zenzero/cene a domicilio/aspirine/antibiotici
– organizzare vari eventi aziendali e prenderne parte
– sorridere davanti la videocamera
– divertirmi da matti ad un paio di serate con amici e catarro contagiando tutti con la peste di cui sopra

e, inoltre:

-scrivere qui (cosa che non sono riuscita a fare, prima di queste due settimane zeppe di lavoro)

Torno presto. Non domani, ma dopodomani.

 

Dodicesimo (e penultimo) giorno di dopolavoro

Sto pianificando le mie vacanze che inizieranno il primo giorno dell’anno. Dico, non le ho scelte io, non ho deciso il periodo in cui andare in ferie e per non farmi il fegato amaro sul perchè io non possa scegliere quando riposare la mia testa, almeno per una volta all’anno, ho deciso che le sfrutterò al massimo queste ferie forzate, viaggiando.
Adesso, io non sono una persona da viaggio organizzato, da villaggio, da volo intercontinentale pur-di-andare-al-caldo. Per me le stagioni possono anche restare come sono, caldo caldissimo in estate, freddo freddissimo in inverno. Non mi piacciono i pacchetti all inclusive, le promesse dei comfort, i voli inclusi e quelli non inclusi, non vado pazza per l’odore che hanno le saponette negli hotel. Non mi piace viaggiare in gruppo, o almeno l’ho fatto e non mi ricordo che quella sera che abbiamo mangiato la wiener schnitzel (con patate) da asporto  sul balcone di un minuscolo appartamento. Quindi viaggio da sola.

Me ne andrei volentieri all’estero, ma tutto l’estero che mi viene in mente il primo di gennaio sarà sommerso o di neve o di turisti.

Decimo giorno di dopolavoro (con invito)

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Sono ancora qui?
Dieci giorni che parlo di cose che accadono attorno, ancora trenta e potrebbe sembrare a tutti gli effetti una quarantena, con tutta la febbre e la tosse e raffreddore in allegato.
Domani la volete vedere una persona sana, ma sana per davvero? Una che non starnutisce più né guarda con occhi lucidi chiunque? Non so, se siete a Roma mi trovate in via dei Coronari dalle 17 fino a chissà che ora, per un evento con tarallucci e vino. Non si paga, al massimo si chiacchiera con me o i mei colleghi. Non so se è allettante come l’ho buttata giù, ad ogni modo ora lo sapete.

Per qualsiasi informazione sui tarallucci e vino:    oceanoindiscesa@gmail.com
per le cose più importanti:    oceanoinsalita@gmail.com

Nono giorno di dopolavoro (momento nostalgia)

[Da leggere ascoltando “At Last, Sunrise” di Maree Docia, possibilmente]

Ho sempre voluto vivere in città,
fin da quando, all’età di sei anni, mi hanno trapiantata dalla capitale di uno stato estero in un paesino di mille abitanti. Ci siamo trasferiti, intendo.
Son tanti, mille abitanti, dico tutti riuniti in piazza.
Inspiegabilmente la mia attrazione per le città è sempre stata forte e abbastanza invadente da invadere le opinioni altrui. Non che abbia grandi ricordi della metropoli in cui sono nata, sentivo che mi mancavano le persone intorno, il caos quello dei film, le luci delle macchine, degli aerei e c’era questa cosa che spesso ho minacciato i miei parenti di andare a vivere sotto il cespuglio tra la chiesa e il comune, nella piazza del paese.
Non c’era granché da fare in quelle campagne, soprattutto in inverno. Campi di granturco a perdita d’occhio dietro casa e strade che portano ad altri campi di granturco. Poi l’ho quasi fatto una volta, mi sono preparata lo zaino con un maglione e due paia di mutande e sono uscita in direzione della piazza sbattendo tre porte di seguito: quella della camera, dell’entrata e il cancelletto in ferro battuto in cortile.
Mamma è venuta a recuperarmi prima che arrivassi alla fine della via, chiedendosi ad alta voce e con le lacrime agli occhi cosa avesse sbagliato con me. Siamo tornate indietro piangendo entrambe, mi ha promesso che avrei avuto la città. Era l’estate dei miei nove anni e si gelava.
Ora la città l’ho avuta. Mi verrebbe da dire che l’abbiamo avuta tutti, tranne quelli che la promettevano.

(Mamma, se leggi, sappi che mi mancano i campi di granturco e il modo in cui mi acciuffavi per le orecchie)