21 Novembre

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Molte delle cose che ho perduto sono bianche.
Bianco è il telefono che mi rubarono mentre ero distratta a proteggere altra tecnologia.
Il gatto che mi regalarono quando ero alle elementari, bianco, dal primo giorno non ha più smesso di fare la cacca nella vasca da bagno, bianca anche quella. In casa hanno subito pensato di sbarazzarsene, del gatto, non della vasca.
Quaderni e album da disegno, ancora incartati nella pellicola trasparente, puntualmente scomparivano.
Quella buffa mia abitudine di strofinare i palmi delle mani sull’intonaco in cucina e poi passarlo sulle palpebre, una traccia di chiaro, che così faceva mamma, mi raccontava, quando ballava al teatro che non c’erano ombretti e fondotinta nell’85, in Kazakistan. Esistevano però camerini color pesca o salmone e corridoi candidi, pieni di ditate.
E poi ollane di perle della comunione, gli orecchini di corallo bianco, una trapunta a quadri monocolore, cioè senza colore, lasciata a casa di qualcuno nel corso di decine di traslochi. Tutto perso.
Bianchi gli scogli che non ho più rivisto, da quando ho lasciato l’isola, barattati per la capitale e per una casa, con le pareti imbiancate nove mesi fa che stanno già ingiallendo.

(Sono qui, torno presto)

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6 Novembre [#TèProgect]

Ed era un periodo che tornavo a casa, mettevo a bollire l’acqua per il tè e sapevo che avrei dovuto fare delle cose, cose in scadenza. Allora per non distrarmi non è che spegnevo il telefono, lo mettevo sulla lavatrice, dall’altra parte della stanza, subito dopo il lavello, cosicché c’era tra noi -me e il telefono- un tavolo, il frigo, il fornello, lo scolapiatti, il lavello e il cesto delle arance. Poi la lavatrice. È una di quelle che si aprono da sopra, di una larghezza improponibile, un mobiletto praticamente, chissà da che fabbrica dev’essere uscita, quella lavatrice, fa un rumore quando mi centrifuga i panni, però che bella è, che occupa così poco spazio.

Quando stavo negli Stati Uniti e dovevo fare il bucato sapevo che ci avrei messo due ore esatte per ogni singola sessione: una per lavare e una per asciugare. A volte mi mettevo perfino a studiare la grammatica inglese sull’asciugatrice, sessanta minuti di pura concentrazione.

Qui invece non si capisce bene quanto tempo ci metteranno i pantaloni e le lenzuola a lavarsi, a volte si ferma tutto, mi tocca spegnere e riavviare il programma. Questo succede quando si accetta quel che passa il convento (una volta c’era il periodo in cui stavo ristrutturando questa casa e dentro non c’era niente, nemmeno l’impianto elettrico, allora su un sito di annunci ho trovato uno che vendeva una lavatrice, stava a Roma est, molto est, e sono andata a prenderla con quello che, sempre una volta, era il direttore del giornale per il quale scrivevo. E niente, l’ho portata a casa tutta felice, cinquanta euro in meno e quella lavatrice magra magra che stava tutta d’un pezzo nel bagagliaio, che entrava in ogni angolo una volta portata su al terzo piano. L’ho sistemata nell’unico spazio di sessanta centimetri che avevo tra il lavello e il muro), insomma, fa il suo dovere, una volta obbligata, ma di certo non mi ci posso sedere sopra a leggere.

Mia nonna che sta in Kazakistan, per esempio, ha una lavatrice piccolissima, delle dimensioni di un microonde. Ricordo che un giorno le ho chiesto se va a manovella e lei si è offesa, mi è sembrato. «Se è piccola non vuol dire che non funziona senza un aiuto» ha detto e un po’ mi è dispiaciuto perché, ho pensato, che è così facile fraintendere i vicini di casa, figuriamoci quando uno che sta dalla parte opposta del globo, con tutto quel fattore-cultura , fattore-interferenza, di mezzo, poi.

Che qui se ho una nonna è grazie a Skype e se ho una sorella che cresce come le piantine nel vaso sul davanzale è grazie a FaceTime e se ho una mamma che mi chiama e piange al telefono perché è stata al centro commerciale e ha visto i bambini saltare sui gonfiabili a forma di castello e ha pensato a noi, a me e mia sorella, io non so se è grazie alle chiamate illimitate di Wind o cosa. Insomma, cos’è tutta questa sofferenza-lontananza, io non ne ho idea. Che poi a casa nemmeno ci sfioriamo le mani, quando torno al nord.

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Poi niente, oggi ho fatto un calcolo e in tutta la mia vita ho usato 18 lavatrici diverse per lavare le mie cose, non una di più, contando anche quelle self service. Quindici con apertura laterale, tutte le altre con quella superiore. Per certe cose vagamente inutili ho più memoria che per i miei attuali turni di lavoro.
Faccio il tè con l’acqua evaporata da un pezzo, è un verde, con pezzettoni di ginseng vero, giuro.

Tè-Progect (ovvero parlare di cose che ci mancano solo perché non ci sono mai state)

Ieri sera, al teatro Vascello di Roma, Fulvio Abbate ha messo in scena il suo spettacolo “Il teatro degli oggetti”. Ieri sera era anche la sera in cui bisognava uscire, perché escono tutti, che fai non esci? Esci.

20161101_011125Al teatro ci sono andata con uno che si chiama Francesco, ma noi lo chiameremo felinoasiatico, che tanto gli è familiare come appellativo. Allora mentre aspettavamo che Fulvio Abbate iniziasse, felinoasiatico mi ha chiesto se avessi letto qualche recensione sul Teatro degli oggetti e io gli ho detto che no, non avevo mai visto nulla né letto nulla a riguardo e che sono venuta allo spettacolo un po’ a sorpresa, in incognita dalla stessa sorpresa, anzi. In realtà lo faccio spesso, questa cosa dell’ignoranza forzata, mi riesce bene e rimango perfino soddisfatta poi, una volta che non sono più (o non dovrei più essere) ignorante, alla fine dello spettacolo.
Il Tè-Progect nemmeno sapevo che forma avrebbe dovuto avere. Ho accumulato appunti presi negli autobus, ascoltavo le persone parlare una lingua mia che a volte non riconoscevo e raccontare cose che non ci sono più, indicare i confini delle case che sono diventate altre case, le storie delle mamme che tuttora continuano a scuotere, si dice cullare mi dicono, i passeggini con i loro bambini, per addormentarli, quasi per un ricordo genetico e mi è sempre sembrato strano che spesso il senso di nostalgia degli altri mi ha portata a pensare, ad essere convinta anzi, che io stessa abbia indicato i confini delle case che non ci sono più, che tuttora continui a cullare i miei bambini, per un’abitudine tramandata. Eppure io non ho bambini, non ho mai visto case rimpiazzate con altre case.

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Scopro così che, per esempio, inspiegabilmente mi manca la cioccolata a bagnomaria nel pentolino sul gas, per poi glassarci le torte. Mai fatto nulla del genere in vita mia. Ed ecco che sento il grande bisogno di fare delle riunioni di condominio, che tanto siamo in cinque famiglie (io e il mio gatto, così come l’appartamento di sotto con i sei Bangladesh, valiamo tutti come singole famiglie), che ci vorrà a fare una riunione? Aprirei casa mia pure, preparerei un tè per tutti, ho almeno sette tazze a casa, più delle ciotole in ceramica, i bicchieri di vetro infrangibile che reggono benissimo l’acqua bollente. Poi si parlerebbe dell’andamento e della crescita dei limoni che stanno nella corte interna, dei gatti che ci cagano dentro, dei tubi che perdono vapore la sera, che fare con i panni e i calzini che cascano dai balconi di chi occupa i piani alti, cose così. Poi magari aprirei pure i biscotti al vino, li offrirei a tutti, che non si sente che sono al vino, la famiglia di Bangladesh non se ne accorgerebbe e io avrei solo fatto una bella figura.

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Non ne so nulla io, delle riunioni condominiali. Se ieri Fulvio Abbate ha parlato di cose che custodiscono «uno spunto narrativo, forse perfino magico, epocale; le cose nella loro suggestione immediata, nel loro carico di memoria o di straniamento» (fonte: Clic), per me è solo l’inizio della fine dell’ignoranza. Io non c’ero negli anni venti, cinquanta, ottanta, non so nulla a partire dalle riunioni condominiali, fino ad arrivare a non ricordare nemmeno il colore della banconota da diecimila Lire. So però che, se un giorno si organizzasse quella riunione condominiale, offrirei ad ogni inquilino quei biscotti sopra citati e una tazza di tè nero alla liquirizia, e ciascuno avrebbe qualcosa da dire, non per forza da ridire.

Notizie dal soffitto

C’è un video su YouTube che, poco fa, quando sono andata a cercare notizie sul terremoto di stamattina, visto che non ho la tv a casa, in quel video per un minuto e qualcosa, mentre la voce fuori campo parla dell’intensità della scossa di Norcia delle facciate delle chiese di San Paolo e cornicioni, si vedono varie riprese di lampadari oscillare, forse in assenza di fonti visive alternative da cucire su quel notiziario. Solo lampadari. Ascoltavo la voce, ripensavo all’armadio che ho visto camminare in camera, appena sveglia, nel frattempo ne ho contati otto, di lampadari.

 

(Comunque le fonti fanno schifo, non si sa nulla, soltanto che si è sentito, che forse tornerà o forse no.)

 

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Calma da impazzire

Io non ho scuse d’autunno, penso di averlo capito questa mattina, che mi sono ritrovata a disegnare quattro tavole ad acquerello da consegnare entro quattro ore, l’operaio che suonava alla porta per riparare la porta stessa, una chiamata in attesa per ricevere indicazioni per un nuovo progetto grafico. Tutto ciò senza colazione o pranzo, con la borsa di allenamento ancora da fare. E ora sono in metro, con i calzini spaiati, la maglietta a rovescio.