Allora, forza! Scendete?

Sul 23 verso San Paolo un signore sulla settantina, corrucciato e con un naso molto bello per la sua età, ad ogni fermata si voltava verso due ragazzi africani, tranquillamente in piedi dietro di lui, e domandava con un tono che sembrava quello da fila alle poste «Allora, forza! Scendete?». Sembrava quasi difenderlo, il suo tono seccato, con il suo naso così bello.

Se tu apri la bocca poco (fonte)

se tu apri la bocca poco

come a farci entrare
un bacio piccolo di lingua
io ci infilo dentro
tutti i pesci minuscoli del mare
tutti i pesci dagli occhi di biglia spalancati.

se tu apri la bocca poco
io ci soffio dentro
tutte le luci sottili
a rischiarare gli abissi
sotto la tua pelle.

apri la bocca piano
apri la bocca nello zitto profondo
succhia
tutto il silenzio
degli animali minuscoli
dei movimenti piccini.

apri la bocca poco
aprila piano, aprila
nel nero dell’acqua
poco

apri la bocca piano
aprila
poco poco
aprila
(avere dentro tutti i pesci del mondo di mare
non è cosa di schifo
o di viscido
è cosa di sentirsi senza un confine
è cosa che poi ti puoi addormentare).

 

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[Fonte: La SaRamandra, che non scrive più dal 2013 chissà perché]

Quando hai in testa qualcosa che dovrebbe stare fuori

Dovevo fare tante cose oggi. E invece ne ho fatte tantissime, ancora meglio. Poi, è l’una e mezza e non dormo, se entro in camera mi viene quella sensazione di non abitare da sola, come quella notte che mi sono svegliata e accanto a me, nel letto, il posto era vuoto. Dov’è? mi sono chiesta. Non c’era. Allora ho messo le ciabatte e sono andata cucina, ho acceso la luce e a parte la gatta che dormiva nel lavello non c’era nessuno. Anche il bagno ho aperto, vuoto. Poi dopo un po’ sono ritornata in camera che ci vogliono due passi, due di numero, e tutto d’un tratto mi sono ricordata che io lì abito da sola. Chissà che mi pensavo.

Colpa di quelle tantissime cose, so ben io.

Sicuro sicuro

È accaduto che ho ricevuto una mail di mio padre. You look just perfect, mi scrive, deve aver visto una mia foto.

Mi guardo allo specchio e cerco delle similitudini tra noi. Cosa è mio e cosa più suo? Gli zigomi forse, oppure i nei sul collo. Piego le braccia e compaiono i gomiti appuntiti, la pelle si tende e sull’avambraccio vedo la cicatrice di quell’anno che lavoravo in panificio. Le gambe non le riconosco invece, da otto mesi chiuse nei jeans. Sbucano i piedi sul pavimento. E gli alluci, le dita, tutte, hanno una forma che mia madre dice sembrano acquatici, i miei piedi. Sará di mio padre ciò che in me non è mio o di mia madre, mi chiedo. Che io lui l’ho visto sicuro una ventina d’anni fa, ma conosciuto proprio mai.

Al telefono (2)

Quando ho sentito piangere mi è venuto da dire Non mettere giù che arrivo, poi prendere le chiavi, chiudere la porta, scendere e raggiungere la metro, arrivare alla stazione dei treni e salire sul primo che parte dal binario 25, poi riprendere il telefono e dire Ora riattacca pure che ci sono. Invece non ho fatto niente, perché che vuoi fare, nulla si poteva fare, solo ciao ti abbraccio, ciao ciao, a stanotte, ti chiamo, ciao.