Scendere

A metà settimana torno a Roma e, a fare i conti, durante agosto non ho fatto colazione da sola per venti volte (il che vuol dire che per venti mattine su trenta ho visto qualcuno nei primi cinque minuti dopo aver aperto gli occhi), viene anche mia sorella a Roma e scendiamo in treno, che in due non si fa prima ma perlomeno gli occhi a guardare lo stesso punto fuori sono quattro, i gomiti a sfiorarsi sul bracciolo due e di valigia da trascinarsi dietro una sola. E gliela faccio portare a lei, che io avrò il gatto da non perdere per il vagone.
Un’altra cosa che le farò fare sarà scrivermi delle lettere a fine giornata. Ho sempre voluto che mi scrivesse più spesso, a volte lo faceva. Qualche anno fa per esempio, quando stavo sull’Isola d’Elba mi è arrivata una sua cartolina timbrata Udine o Lignano non ricordo. Ha una bella scrittura tonda mia sorella, mi viene proprio voglia di farla scrivere in corsivo a penna blu.
Poi forse le chiederò anche di pelare qualche patata con me, quando torneremo a casa dopo aver visto il Colosseo o i Fori, ma se non le va lascio stare, faccio io.

La nonvolenza

Quando è arrivato fine luglio, prima che mi scadesse il contratto, a lavoro mi hanno mandata in ferie. Mi ci hanno proprio mandata perché ho avuto un preavviso di una settimana, forse anche meno, già non ricordo più. E non volevo andarci in ferie io, che me ne facevo di due settimane di ferie a fine luglio senza preavviso, a Roma? Poi quando è arrivato agosto, mia mamma ha detto che sarebbe venuta a trovarmi, ma per quanto fossi contenta di rivederla, avevo come una nonvolenza addosso, dentro, chissà perché. Meno male che ho una casa di trentatrè metri quadri, pensavo. Poi è arrivata, ci siamo pure divertite, una sera siamo perfino andate a cena da un mio amico, dall’altra parte di Roma. Abbiamo mangiato vegano, parlato di cose che parlano le persone a  venti o trent’anni, il mio amico poi ha baciato il suo compagno e mia mamma ha fatto degli occhi quadrati, forse esagonali, giá non ricordo più. Poi quando dieci giorni dopo è partita, mi ha chiamata e chiesto se venivo io a passare qualche giorno in Friuli, e io non volevo andarci in Friuli, che mi sembrava di avere così tante cose da fare, visto che il contratto a lavoro non mi era stato rinnovato e avevo trovato il modo di riempire le ferie forzate con altro lavoro. E invece poi l’ho tirata per le lunghe ma ci sono andata, con il gatto, Roma Termini-Venezia Mestre, tutto d’un fiato. Sono due mesi che mi sembra di fare delle cose che non voglio fare, che poi faccio comunque e sono pure cose che riescono bene. Chissà che è.

Una cosa tenera

Una cosa tenera che ho tradotto oggi riguardava i tuberi, i tartufi neri, e fa così:

La nascita del tartufo avviene tramite le spore, cioè i minuscoli semi contenuti in un vecchio tartufo, che attecchiscono sul luogo oppure sono trasportate involontariamente da alcuni animali che se ne cibano (come lumache, ricci e scoiattoli). Le spore ( fig. 3) si posano sulla radice della pianta e, “abbracciandosi” ad essa, producono le micorrize ( fig. 4).

Che bello, venerdì torno nella campagna friulana tra le lumache, i ricci e gli scoiattoli. Ci starò una settimana, magari vado a cercare le micorrize.

Quasi nove mesi

Questa permanenza a Roma sta quasi prendendo le sembianze di un parto. Sono da quasi nove mesi nella capitale, sento l’aria piena di cose ma non sono altro che particelle di smog e frammenti di foglie degli alberi secchi di via Ostiense. La bi-stanza che ho rimesso a posto e nella quale vivo da marzo tra qualche giorno la chiudo a chiave, Che lascerò alla vicina per annaffiare i cetrioli e le rose sul balcone. Torno al nord, sarà la prima volta quest’anno. E poi, a pensarci, ho scritto al nord, non a casa. Quasi esistesse un certificato di appartenenza affettiva, piano piano tramandato dal Friuli a Roma.