Un calcolo

35. Questa mattina ho fatto un veloce calcolo sulle otto dita che mi ritrovo (dopo aver infilato le due mancanti nel tostapane nuovo appena acceso).
Il calcolo è questo: sono quasi dieci anni che il primo maggio non faccio colazione, probabilmente nemmeno bevo un caffè in questo giorno di ogni anno, insomma dal 2010 non mi tratto da persona il primo di ogni maggio. Sono sicura di questo e ne ho le prove:

2010 Lavoro, inizio ore 7, baby sitting
2011 Lavoro, scarico colli libri in liberia dalla notte prima
2012 Lezioni, lavoro (friggitura frittelle in paese)
2013 America, lungomare, bambini ovunque, forse una vaschetta di mirtilli per pranzo sul divano
2014 Roma, ricerca di lavoro, traduzioni, disegni, case altrui, poco spazio
2015 Sveglia all’alba, lavoro in panificio, caldo, allenamento
2016 Non ricordo se lavoravo o se mi hanno chiamata per lavorare anche se non ero in orario. Ad ogni modo ho lavorato.
2017 Mattina di persone a Roma, fretta, lavoro, lividi post allenamento

Oggi sono su balcone della casa che abito per davvero soltanto da pochi mesi. Non ci passo molto tempo, ma almeno faccio colazione guardando le fragole fiorire accanto ai cactus.
E comunque non corro il rischio di passare questo martedì festivo sul divano, non ho un divano.

Da una mail

36. Quando stavo negli Stati Uniti e dovevo fare il bucato sapevo che ci avrei messo due ore esatte per ogni singola sessione: una per lavare e una per asciugare. A volte mi mettevo perfino a studiare la grammatica inglese sull’asciugatrice, sessanta minuti di pura concentrazione. Qui invece non si capisce bene quanto tempo ci metteranno i pantaloni e le lenzuola a lavarsi, a volte si ferma tutto, mi tocca spegnere e riavviare il programma. Questo succede quando si accetta quel che passa il convento (una volta c’era il periodo in cui stavo ristrutturando questa casa e dentro non c’era niente, nemmeno l’impianto elettrico, allora su un sito di annunci ho trovato uno che vendeva una lavatrice, stava a Roma est, molto est, e sono andata a prenderla con quello che, sempre una volta, era il direttore del giornale per il quale scrivevo. L’ho portata a casa tutta felice quella lavatrice magra magra e l’ho sistemata nell’unico spazio di sessanta centimetri che avevo tra il lavello e il muro). Usata, datata 2009, fa il suo dovere, una volta obbligata, ma di certo non mi ci posso sedere sopra a leggere.
Mia nonna che sta in Kazakistan, per esempio, ha una lavatrice piccolissima, delle dimensioni di un microonde. Ricordo che un giorno le ho chiesto se va a manovella e lei un po’ si è offesa, mi è sembrato, «se è piccola non vuol dire che non funziona senza un aiuto» ha detto e un po’ mi è dispiaciuto perché, ho pensato, che è così facile fraintendere quando si sta alle parti opposte del globo, per esempio con tutto il fattore-cultura di mezzo. Che qui se ho una nonna è grazie a Skype e se ho una sorella che cresce come le piantine nel vaso sul davanzale è grazie a FaceTime e se ho una mamma che mi chiama e piange al telefono perché è stata al centro commerciale e ha visto i bambini saltare sui gonfiabili a forma di castello e ha pensato a noi, a me e mia sorella, io non so se è grazie alle chiamate illimitate della Wind o cosa. Insomma, cos’è tutta questa sofferenza-lontananza, io non ne ho idea. Che poi a casa nemmeno ci sfioriamo le mani.
Poi niente, oggi ho fatto un calcolo e in tutta la mia vita ho usato 18 lavatrici diverse, non una di più, contando anche quelle self service. Dodici con apertura laterale, tutte le altre con quella superiore. Per certe cose inutili ho più memoria che per i miei attuali turni di lavoro.

Biete

37. L’ anno scorso, in questa stagione, tornavo a casa con i porri un giorno sì e uno no, che qualcuno mi ha detto Mangiali, fanno bene più delle cipolle, e io che non ho alcun tipo di simpatia o antipatia né per cipolle né per porri, quella cosa del Fanno bene non so perché mi è rimasta impressa. Poi ogni volta che mi ritrovavo a passare di fronte a montagne di frutta o verdura davanti ai fruttaroli, non potevo evitare di controllare se c’erano i porri. Un porro costa quaranta centesimi, a volte quarantacinque, sbucava dalla borsa a tracolla rifiutandosi di stare composto da un lato, nel tragitto sul viale urtava semafori, persone. Negli ultimi cento metri, prima di entrare nel cortile, rinunciavo alla sua cattività e lo liberavo tenendolo in mano come testimone.
Adesso invece non metto più la tracolla, ho uno zaino nero con le cerniere lucide che si chiudono sia da una parte che dall’altra, a scelta. I porri non ci starebbero, se non piegati, ma poi comunque sarebbe un peccato alterare la forma solenne che hanno. Ad ogni modo quest’anno mi è riaccaduto, soltanto con le biete, che sono a foglia larga tipo gli spinaci, costano un po’ più dei porri però, ma anche a schiacciarle nello zaino nel loro sacchetto, tra il computer e i libri, poi escono e si spiegano meglio loro di qualsiasi altro porro a pranzo.

4/4

Questa mattina ho ricominciato a fare le cose che facevo una ventina di giorni fa, prima di andare in ferie, cioè: svegliarmi un attimo prima che suoni la sveglia, spegnere il bollitore subito dopo aver visto le bolle, girare per casa con la tazza in mano senza sapere bene cosa fare dopo. Sono finiti i tempi delle letture sulla lavatrice, dei pranzi a base di caffè e torte, tempi duri per gli esploratori.

Tredicesimo (ultimo) giorno di dopolavoro

Che dopolavoro? Di che sto parlando? Clic qui.

Tutte le cose che sono riuscita a fare durante due settimane di dopolav, dico, doppio-lavoro:

– far sopravvivere il gatto
– cucinare a casa almeno una volta al giorno
– superare la peste bubbonica nonché influenza

e nonostante la febbre, il raffreddore e la tosse:

– continuare a lavorare, io e il computer, in simbiosi, come se fossi in ufficio, ma non dall’ufficio.
– rispondere alle mail in modo accettabile
– rispondere alle chiamate a tutte le ore, senza sembrare appena alzata dal letto
– rispondere bene, in generale, a chi si è preoccupato di non farmi mancare zenzero/cene a domicilio/aspirine/antibiotici
– organizzare vari eventi aziendali e prenderne parte
– sorridere davanti la videocamera
– divertirmi da matti ad un paio di serate con amici e catarro contagiando tutti con la peste di cui sopra

e, inoltre:

-scrivere qui

Torno presto. Non domani, ma dopodomani, l’anno prossimo.