Nicolino Pompa e la mia cena

Sul lungotevere, subito dopo cena, ho conosciuto e mi ha conosciuta Nicolino Pompa. Poi a casa gli ho mandato un messaggio, che sembra gli piacciano. Prima mi ha rilasciato senza apparente motivo uno scapellotto sulla nuca, un male che mi veniva da insultare in russo, ma solo per un attimo e poi basta. Poi, dopo avermi scritto una sua poesia su un quaderno che avevo in borsa, mi ha chiesto di dargli una moneta e un bacio, ho esitato un po’ ma poi giuro, la sua barba mica puzzava di fumo e la sua pelle sulla guancia era coperta proprio da quella barba che non puzzava di fumo, quindi poche storie e meno corsivo, che la cultura ammazza la poesia.

 

 

circa metá luglio

Stavo in cucina da tre mattine, tre tazze sul tavolo, il gatto nell’angolo più fresco scaldava le piastrelle, vorrei fosse bianco il mio gatto, soffrirebbe di meno il caldo. A volte indirizzo il getto del ventilatore verso di me, a volte verso di lui, ha smesso perfino di dormire ai miei piedi, sul letto. Tre piatti nel lavello, tutti lavati, che faccio così a volte, pulisco tutto e rimetto il tutto dentro, dove poco prima stavano a farsi il bagno forchette, pentole e bicchieri. Poi vado a prendere l’autobus, faccio sei, otto, dieci ore di lavoro, torno indietro, ed è di nuovo mattina.

Ieri sera sono uscita con la collega del turno serale, ci siamo fermate in un chioschetto vicino a Testaccio, facciamo spesso la stessa strada insieme. Aveva appena passato un esame all’università e quello della patente in mattinata, per tutto il tragitto non ha fatto che scuotere la testa ridendo e dire non ci credo io, no, non ci credo, e rideva, rideva. Poi abbiamo preso una birra e indirizzato i discorsi in varie direzioni, lasciando il tono lavorativo da parte. Avrebbe lasciato scadere il suo contratto dopo tre anni di lavoro nella società nella quale sono invischiata anche io da gennaio ed era così felice, che ti esaurisce non avere più domeniche, sabati, festività, dico davvero, mai vista così felice la mia collega, che a volte sembrava ce ne fossero tre, di colleghe, in una, tutte diverse. Bevevo la mia birra e mi veniva una specie di nausea, ma non per quello strano meccanismo in cui talvolta vedere gioire gli altri provoca un senso di fastidio, era più il fatto di non capire se avesse veramente senso iniziare qualcosa per poi non vedere l’ora di concluderla, quella cosa.

Ho una casa, per ora tre piatti nel lavello, un gatto nero che vorrei fosse bianco per il suo bene, poco tempo e molto caldo in questa cucina con le finestre che aprono per dentro. Qualche ora fa ho ricevuto una chiamata dall’azienda, mi mandano in ferie forzatamente, a partire da lunedì. Funziona così quando il contratto è in scadenza e non sanno se rinnovarlo subito o far smaltire le ferie accumulate. Ho chiamato la mia collega, mi ha detto di non preoccuparmi, che sicuro me lo rinnovano, ma io forse mi preoccuperei di più a passare altri cinque mesi vedendo solo mattine e piatti della mattina prima nel lavello, penso.

 

Allora, forza! Scendete?

Sul 23 verso San Paolo un signore sulla settantina, corrucciato e con un naso molto bello per la sua età, ad ogni fermata si voltava verso due ragazzi africani, tranquillamente in piedi dietro di lui, e domandava con un tono che sembrava quello da fila alle poste «Allora, forza! Scendete?». Sembrava quasi difenderlo, il suo tono seccato, con il suo naso così bello.

Se tu apri la bocca poco (fonte)

se tu apri la bocca poco

come a farci entrare
un bacio piccolo di lingua
io ci infilo dentro
tutti i pesci minuscoli del mare
tutti i pesci dagli occhi di biglia spalancati.

se tu apri la bocca poco
io ci soffio dentro
tutte le luci sottili
a rischiarare gli abissi
sotto la tua pelle.

apri la bocca piano
apri la bocca nello zitto profondo
succhia
tutto il silenzio
degli animali minuscoli
dei movimenti piccini.

apri la bocca poco
aprila piano, aprila
nel nero dell’acqua
poco

apri la bocca piano
aprila
poco poco
aprila
(avere dentro tutti i pesci del mondo di mare
non è cosa di schifo
o di viscido
è cosa di sentirsi senza un confine
è cosa che poi ti puoi addormentare).

 

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[Fonte: La SaRamandra, che non scrive più dal 2013 chissà perché]

Quando hai in testa qualcosa che dovrebbe stare fuori

Dovevo fare tante cose oggi. E invece ne ho fatte tantissime, ancora meglio. Poi, è l’una e mezza e non dormo, se entro in camera mi viene quella sensazione di non abitare da sola, come quella notte che mi sono svegliata e accanto a me, nel letto, il posto era vuoto. Dov’è? mi sono chiesta. Non c’era. Allora ho messo le ciabatte e sono andata cucina, ho acceso la luce e a parte la gatta che dormiva nel lavello non c’era nessuno. Anche il bagno ho aperto, vuoto. Poi dopo un po’ sono ritornata in camera che ci vogliono due passi, due di numero, e tutto d’un tratto mi sono ricordata che io lì abito da sola. Chissà che mi pensavo.

Colpa di quelle tantissime cose, so ben io.